VEZZI e MALVEZZI – Lo spettatore esigente e il libro raro

Francesco De Bourcard, usi e costumi di Napoli e contorni, illustrato in incisione anche da Francesco Di Bartolo incisore dell'Ottocento. Copertina per Vezzi e Malvezzi di Natalia Di Bartolo

Di Natalia Di Bartolo – Lo spettatore esigente, collezionista anche di libri antichi, alle prese con una raffinata forma d’incultura italiana: la burocrazia profittatrice. Un nuovo capitolo della Rubrica ironico-satirica di Vezzi e Malvezzi.


Lo spettatore esigente, come è noto, non si limita a esigere dagli altri: esige anzitutto da se stesso, dal proprio orecchio, dal proprio occhio, dal proprio tempo; e perciò vive male, si irrita spesso, sopporta poco, ama molto, ma soltanto quando ciò che ama lo merita davvero. Non gli bastano il suono approssimativo, la parola generica, la mostra arrangiata, l’edizione sciupata, il volume rifilato male: egli ha, per sua disgrazia, un rapporto quasi fisico con la qualità. Non è, per fortuna, un maniaco ordinario; è un collezionista di cose belle, che è condizione più nobile e più pericolosa, perché conduce a riempirsi la casa di libri, di dischi, di incisioni, di immagini, di memorie, fino a farne una piccola fortezza del gusto, assediata quotidianamente dalla barbarie del presente.

Fra i suoi molti amori, accanto ai vinili infiniti, alle voci grandi e ben emesse e alle carte che odorano ancora di scaffale antico, vi sono i libri rari. Non tanto quelli che si comprano e si mostrano agli ospiti come trofei da salotto, quanto quelli che stanno in casa da sempre, arrivati per vie ereditarie, quasi naturali, al punto che per molti anni egli neppure sospetta di possedere un oggetto non comune. Lo guarda, lo apre, lo sfoglia, lo tiene accanto ad altri e soltanto un giorno, per caso o per curiosità meglio indirizzata, scopre che quel libro, che per lui era presenza abituale come una vecchia lampada o un quadro appeso al muro, è invece una rarità, o almeno una presenza meno ovvia di quanto avesse creduto.

È naturale, allora, che lo spettatore esigente se ne compiaccia, con la lieta vanità del conoscitore che, trovandosi fra le mani una cosa degna, sente il bisogno di studiarla, di capirla e infine di scriverne. Ed ecco che il libro raro diventa articolo. Un bell’articolo, anzi: non una noterella frettolosa da rubrica domenicale, ma un pezzo ampio, accurato, con le note al posto giusto, la bibliografia ben nutrita, i riferimenti ordinati con quella pignoleria che il mediocre chiama pedanteria soltanto perché non sa più distinguere il rigore dal fastidio.

Il giornale di Sopramonte di Sotto, che ancora conserva qualche residuo di civiltà tipografica, lo pubblica, ovviamente gratis. Il nostro esigente se ne compiace comunque di nuovo e a quel punto, poiché l’intelligenza genera fatalmente altre tentazioni, pensa che un testo come il suo potrebbe interessare anche una grande biblioteca, una di quelle istituzioni solenni e blasonate, custodi ufficiali del raro, del prezioso, del quasi introvabile.

Nasce così l’idea. Perché non mandare il pezzo alla Biblioteca Grandiosa Universale Internazionale di Sottomonte di Lato, venerando tempio del libro e del catalogo, luogo che nell’immaginazione dell’uomo colto continua a profumare di pelle, di legno antico e di sapienza ben classificata, e che si vuole conosciuto in tutto il mondo per la completezza delle sue raccolte, per la rarità dei suoi fondi, per l’abbondanza delle sue meraviglie bibliografiche? Se il giornale locale ha accolto con intelligenza l’articolo, pensa il nostro eroe, una biblioteca di tale rango non potrà che gradire. Forse ringrazierà, forse leggerà con attenzione, forse prenderà nota, forse addirittura avvierà un dialogo colto, sobrio, fecondo.

Lo spettatore esigente, che conosce il mondo e diffida degli entusiasmi, si concede nondimeno una piccola speranza: che la competenza riconosca la competenza o, almeno, la cortesia.

Prepara dunque l’invio informatico del proprio parto letterario con quella cura che oggi si riserva soltanto ai funerali o alle cose veramente amate. Sistemata la bibliografia, controlla le note. Rilegge. Lima. Impiega un pomeriggio per congegnare il testo dell’e-mail per accompagnarlo degnamente e infine clicca “Invia” sul suo vetusto pc, che avrebbe ancora Windows 7, se un suo nipote quindicenne, che ogni tanto ci gioca, non fosse casualmente venuto ad avvisarlo, quasi in lacrime, che Fortnite sarebbe morto per sempre, se non avesse installato Windows 11. Poi aspetta, dubbioso ma speranzoso. L’attesa, nelle faccende culturali italiane, è sempre un’arte mista di pazienza, sfiducia e malinconia. Ma una risposta arriva.

Apre trepidante l’e-mail, che però, a una prima lettura, gli sembra leggermente “strana”. Non ostile, non sgarbata, non apertamente sciocca: peggio. Ambigua, scivolosa. Il nostro spettatore esigente la legge una volta, poi un’altra, poi una terza. Avverte che qualcosa non torna, ma non capisce subito dove sia l’inghippo, come accade nei sogni quando il salotto di casa ha una porta in più e tuttavia ci si ostina a non accorgersene. La Biblioteca Grandiosa Universale Internazionale di Sottomonte di Lato, parrebbe, ha accolto con favore la sua iniziativa. E in effetti la lettera comincia bene, anzi benissimo.

«Pregiatissimo,

abbiamo letto con vivo interesse il Suo dotto contributo concernente il rarissimo volume “Usi, costumi e figure pittoresche di Sopramonte di Lato e dei borghi limitrofi, descritti e figurati secondo il vero”, che Ella così acutamente illustra con opportuni riferimenti bibliografici e puntuale apparato di note.»

Lo spettatore esigente si compiace. Pensa: ecco, finalmente gente seria. Prosegue.

«L’opera da Lei segnalata, per il suo evidente pregio documentario, iconografico e storico, rivestirebbe senza dubbio notevole interesse anche per questo Istituto, costantemente impegnato nell’incremento e nell’arricchimento del proprio patrimonio bibliografico di pregio.»

Lo spettatore esigente si ferma un istante. Ma si tratta ancora, egli pensa, del suo pezzo. “L’opera da Lei segnalata”: sì, certo, il mio studio, il mio contributo, il mio scritto. Addirittura lo chiamano opera. Non articolo, non pezzo, non nota: opera! E già sente in sé quella punta di legittima vanità che non nuoce a nessuno e rallegra il pomeriggio. Rilegge. Va avanti.

«Qualora Ella ritenesse possibile favorire questo Istituto con la disponibilità dell’opera, o volesse cortesemente farci conoscere in quali termini essa possa essere acquisita, il nostro Ufficio sarebbe lieto di valutare con la massima attenzione ogni utile possibilità.»

Qui lo spettatore esigente abbassa il foglio.

Poi lo rialza. Poi lo riabbassa. Un momento: la disponibilità dell’opera? In quali termini essa possa essere acquisita?

Ma che bella cosa, pensa dapprima, quasi quasi vogliono il mio articolo, lo vogliono mettere a disposizione degli studiosi, magari perfino conservarlo nei loro archivi, forse indicizzarlo, forse farne materia di consultazione. Che onore! Che gratificazione.

Ma c’è qualcosa, in quella frase, che continua a graffiare.

Naturalmente la missiva prosegue, con l’innocenza micidiale delle istituzioni educate.

«Saremmo pertanto grati se Ella volesse comunicarci se l’opera sia tuttora nella Sua disponibilità, e se ne fosse eventualmente consentibile la cessione a questo Istituto, così da colmare una lacuna che da tempo avvertiamo nelle nostre raccolte.»

Qui lo spettatore esigente si irrigidisce. Poi strabuzza gli occhi. Poi li stropiccia. Poi ricomincia da capo.

La lacuna? Nelle loro raccolte? La cessione? Ma un momento, che cosa mi chiedono? Che cosa mi stanno chiedendo? È mai possibile che la Biblioteca Grandiosa Universale Internazionale di Sottomonte di Lato, celebrata da tutti, frequentata, si dice, da studiosi di ogni continente, famosa per la sua compiutezza bibliografica quasi cosmica, non abbia quel libro? Io, privato mortale di Sopramonte di Sotto, ce l’ho in casa da tutta la vita e loro no? Io mando un articolo, con note, bibliografia, apparato, pezzo accademico degno di università, e loro cercano il volume? Non il mio scritto, ma il libro del mio scritto?

A questo punto la lettera si chiarisce senza mai chiarirsi, e proprio per questo diventa sublime.

«Certi della Sua sensibilità verso le finalità pubbliche di tutela e valorizzazione del patrimonio librario, restiamo in attesa di un Suo cortese riscontro.»

Lo spettatore esigente, che sino a quel momento aveva creduto di aver scritto alla Biblioteca come studioso, scoprì in quell’istante di essere stato invece schedato come possibile fornitore.

Perché il paradosso è perfetto. Una biblioteca, cioè un luogo che dovrebbe custodire, cercare, acquisire, possedere ciò che conta, viene raggiunta da uno studio accurato su un libro raro e, invece di onorare lo studio, fa capire che gradirebbe il libro. Il lettore che scrive diventa quasi il benefattore potenziale dell’istituzione che avrebbe dovuto precederlo, o almeno affiancarlo, nella custodia del raro volume. Sembra una farsa, e invece è solo la cronaca di un paese nel quale le istituzioni culturali, quando non dormono, allungano educatamente la mano.

Qui lo spettatore esigente, che pure ha nervi temprati da anni di teatri sbagliati, soprani improbabili, mostre improvvisate e ricostruzioni storiche criminali, resta per un momento immobile. Poi compie il gesto classico dell’uomo civile giunto al limite: solleva le braccia, lascia ricadere il foglio, guarda i libri, guarda il tavolo, guarda il soffitto e si domanda se non stia vivendo dentro una sceneggiatura di gran pregio, una di quelle in cui il lato comico è così esatto da risultare, per ciò stesso, disperante.

A questo punto il nostro spettatore esigente non sa più se offendersi, ridere o prendere nota. Naturalmente prende nota. È il suo difetto migliore. Sa che l’episodio, in sé, vale più di cento editoriali sull’inefficienza nazionale, perché la contiene in miniatura, la rappresenta e la mette pure in scena. E capisce anche un’altra cosa, assai più sottile: che nel momento in cui la biblioteca gli chiede il libro invece di leggere il suo pezzo, essa dice inconsapevolmente tutto. Dice che il sapere altrui interessa fino al punto in cui può diventare acquisizione materiale. Dice che il lavoro intellettuale, in fondo, è ancora considerato un corredo, mentre la cosa vera sarebbe il possesso dell’oggetto. Dice, soprattutto, che persino il raro, quando passa per mani vive, suscita più desiderio di appropriazione che dialogo.

Che fa, allora, il nostro eroe? Per un istante, molto breve ma molto umano, ha la tentazione di gettare in aria il pezzo, i libri, la bibliografia, le note, il tavolo, l’intera scaffalatura e forse anche la Biblioteca Grandiosa Universale Internazionale di Sottomonte di Lato, se solo potesse afferrarla e lanciarla dal balcone. Poi si calma, come sempre si calma chi possiede il privilegio e la condanna della forma. Non risponde con l’urlo, ma con la memoria. Registra la scena, la leva a fatto esemplare, la consegna a queste righe, e lascia che il lettore giudichi.

Del resto, in tempi come i nostri, non è poca cosa poter dire di aver finalmente assistito a una novità amministrativa di autentica invenzione: non il lettore che chiede il libro alla biblioteca, ma la biblioteca che chiede il libro al lettore. Se non fosse vero, bisognerebbe scriverlo per il teatro. Poiché invece è vero, basta narrarlo. E la satira, per una volta, non ha neppure bisogno di esagerare.

Natalia Di Bartolo

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