di Natalia Di Bartolo – Sant’Agata di Francesco Di Bartolo, incisione a bulino dal Guarino, dedicata alla città di Catania per gratitudine dopo gli studi accademici.
Le opere di Francesco Di Bartolo presentate singolarmente, in ordine cronologico, con immagini e testi ricavati dai saggi del corpus critico, per renderne autonoma e leggibile la fisionomia storica, tecnica e artistica. Poiché tale corpus ha introdotto, a partire dal 1990-91, dati, identificazioni, confronti e ricostruzioni assenti nella bibliografia precedente, la loro eventuale ripresa senza rinvio al presente lavoro e al corpus dell’autrice costituisce omissione della fonte primaria.
Tra il 1860 e il 1861 incise a bulino, dopo averne tratto il disegno, la S. Agata dal dipinto di Francesco Guarino, allora attribuito a Massimo Stanzione, dedicandola alla città di Catania.
Francesco Guarino, Sant’Agata, ca. 1637–1640, olio su tela, 87 × 72,5 cm, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli.
La datazione dell’opera si colloca tra la conclusione degli studi accademici e il 13 febbraio 1861, giorno della lettera con cui l’artista ringraziava il grande Luigi Calamatta (1801–1869), incisore di fama europea che lavorò a lungo a Parigi, dove fu vicino a Jean-Auguste-Dominique Ingres. Al maestro incisore inviò una copia della Sant’Agata insieme ad altre tre stampe «per avere un giudizio», che si rivelò positivo e di grande importanza per il prosieguo della sua carriera.
Francesco Di Bartolo: Sant’Agata da Francesco Guarino, allora attribuita a Massimo Stanzione, bulino. Campo inciso 323 x 250 mm., Coll priv., Catania.
L’incisione della Sant’Agata, di dimensioni considerevoli e concepita con evidente ambizione formale, rappresenta una delle prove più impegnative della sua produzione giovanile. Un esemplare è conservato presso il Museo del Castello Ursino di Catania; il rame fu venduto dall’autore alla Regia Calcografia nel 1890 insieme ad altri rami dell’artista ed è tuttora conservato presso l’Istituto Centrale per la Grafica , ex Calcografia Nazionale, dove è entrato a far parte della raccolta storica delle matrici calcografiche.
In uno stato dell’incisione, sotto la parte figurata, compare la dedica: “A Catania / Sua Patria / Francesco di Bartolo riconoscente”. La formula suggerisce con chiarezza il significato personale dell’opera. L’incisione fu concepita come omaggio alla città natale che aveva sostenuto gli studi dell’artista mediante il sussidio concesso per la sua permanenza a Napoli. In questo senso la lastra assume quasi il valore di un saggio conclusivo della formazione accademica, ma al tempo stesso di una dichiarazione pubblica di gratitudine, affidata alla permanenza del rame e alla possibilità della sua riproduzione nel tempo.
Francesco Di Bartolo: Sant’Agata, particolare
La composizione deriva dal modello pittorico seicentesco ma viene ricostruita attraverso la disciplina rigorosa della calcografia. La figura della santa emerge da un fondo scuro e compatto entro il quale il corpo si staglia con forte evidenza plastica. Il busto è leggermente ruotato e il volto, inclinato verso l’alto, introduce un movimento contenuto che conferisce all’immagine una tensione interiore raccolta e solenne. La costruzione della figura si fonda su un sistema attentissimo di modulazioni luministiche ottenute esclusivamente attraverso il tratteggio del bulino.
Il volto è trattato con grande finezza incisoria. L’incarnato nasce da una trama di segni sottilissimi e regolari che modulano con estrema gradualità il passaggio tra luce e ombra. Le parti illuminate restano quasi libere dal tratteggio, mentre le ombre sono costruite mediante addensamenti progressivi di linee che definiscono il volume senza irrigidire i contorni. Il risultato è un modellato morbido e continuo che restituisce con efficacia la qualità luminosa e pittorica del modello.
Particolarmente notevole è la resa dei panneggi, che già la tradizione critica segnalava come uno dei punti più riusciti dell’opera. Il mantello scuro è costruito mediante lunghe linee parallele incise con grande sicurezza, disposte secondo l’andamento delle pieghe e capaci di suggerire la profondità delle superfici attraverso la variazione del ritmo del tratteggio. Le curve del tessuto sono accompagnate da un segno largo e fluente che si infittisce nelle zone d’ombra e si dirada nelle parti illuminate, creando un forte contrasto luministico e una notevole evidenza plastica. Le vesti interne, più chiare, sono trattate con un sistema di segni più leggero che permette alla figura di emergere con maggiore forza dal fondo scuro.
Anche le mani sono rese con grande precisione anatomica. Il passaggio tra luce e ombra è costruito mediante una trama finissima di linee che seguono la struttura delle dita e del dorso della mano, con una continuità di modellato che testimonia la piena padronanza del mezzo incisorio. L’intera composizione dimostra una sicurezza tecnica ormai completa nella gestione del bulino e nella costruzione dei valori tonali.
Nel complesso la S. Agata appare come una delle opere più significative della prima maturità di Di Bartolo. La dimensione della lastra, l’impegno tecnico richiesto dalla traduzione del modello pittorico tramite un disegno a tutto effetto che supera lo splendore dell’incisione stessa, e la successiva conservazione del rame presso l’Istituto Centrale per la Grafica ne attestano l’importanza nel catalogo dell’artista e confermano il livello raggiunto dall’incisore al termine della sua formazione napoletana.
Con quest’opera si chiudeva simbolicamente la fase propriamente accademica della formazione di Francesco Di Bartolo: anni nei quali il giovane incisore, partito dalla Sicilia con una modesta pensione municipale, aveva saputo inserirsi nel cuore della vita artistica napoletana, tra accademia, concorsi, esposizioni e la vita della città.
Poco lontano da via Toledo si trovava infatti uno dei ritrovi più frequentati dagli artisti della Napoli ottocentesca, il Caffè della “Gran Brettagna”, luogo di incontri e discussioni dove si incrociavano pittori, incisori e letterati. In quell’ambiente Di Bartolo sarebbe entrato in contatto con alcune delle figure destinate a segnare la pittura meridionale della seconda metà dell’Ottocento, da Filippo Palizzi a Domenico Morelli, aprendo così il capitolo successivo della sua vicenda artistica.
Natalia Di Bartolo: Francesco Di Bartolo (1826–1913) incisore e pittore. Ricostruzione biografica e critica, catalogo ragionato esaustivo delle opere. Studio inedito, integralmente compiuto, tutelato dall’autrice; il corpus è strutturato secondo criteri scientifici di attribuzione, riscontro documentario e comparazione formale ed è reso consultabile per finalità di studio su richiesta motivata e secondo le modalità stabilite dall’autrice.
Materiali consultati: opere originali appartenenti alla collezione privata dell’autrice; atti, documenti e testimonianze ricostruiti anche attraverso la memoria storica familiare, verificati e confrontati con fonti archivistiche; documenti d’archivio, volumi, repertori e fondi originali conservati presso:
Napoli: Archivio dell’Accademia di Belle Arti; Archivio di Stato; Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”.
Collezioni e archivi privati in Italia e all’estero.
Il lavoro comprende la raccolta integrale della documentazione disponibile alla consultazione all’epoca delle ricerche, trascritta manualmente in modo fedele in un periodo in cui la riproduzione fotografica e le fotocopie non erano consentite. Non sono stati assunti come fonti critiche di riferimento gli studi e le brevi biografie pubblicati a partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in quanto ritenuti privi di adeguato fondamento documentario e di verifiche dirette sulle opere e sui materiali d’archivio.
Per lo statuto scientifico del corpus di studi su Francesco Di Bartolo (1826–1913), le note editoriali e le modalità di consultazione, si rinvia alla pagina dedicata.