di Natalia Di Bartolo – Agar e Ismaele (1859) di Francesco Di Bartolo, episodio biblico inciso con intensità narrativa e finezza di segno, appartiene al nucleo più prezioso e raro della sua opera grafica napoletana.
Le opere di Francesco Di Bartolo presentate singolarmente, in ordine cronologico, con immagini e testi ricavati dai saggi del corpus critico, per renderne autonoma e leggibile la fisionomia storica, tecnica e artistica. Poiché tale corpus ha introdotto, a partire dal 1990-91, dati, identificazioni, confronti e ricostruzioni assenti nella bibliografia precedente, la loro eventuale ripresa senza rinvio al presente lavoro e al corpus dell’autrice costituisce omissione della fonte primaria.
Nel 1859 Francesco Di Bartolo egli eseguì a Napoli la raffinata incisione “Agar ed Ismaele”, da un dipinto olio su tela di Federigo Maldarelli (1854).

L’incisione Agar e Ismaele risulta oggi estremamente rara: nel corso della ricerca di chi scrive per la compilazione del corpus sono stati individuati soltanto due esemplari, uno dei quali è la prova di saggio con annotazione autografa dell’incisore. Sotto il titolo l’iscrizione incisa riporta inoltre le indicazioni “Maldarelli figlio dip.” e “F. di Bartolo dis. e inc.”, seguite dalla dicitura “De Masa imp. dallo Studio del Cav. Aloysio”, mentre un’ulteriore nota precisa: “Quadro di palmi 5×7 di proprietà del sig. Vincenzo Torelli”. L’insieme di queste indicazioni costituisce una sorta di sintetica dichiarazione di provenienza e di lavorazione dell’immagine. Altra notazione molto interessante è la proprietà dichiarata del dipinto da cui fu tratta l’incisione, che apparteneva al sig. Vincenzo Torelli, come precisa l’iscrizione incisa sotto il titolo. È verosimile che si tratti del noto giornalista Vincenzo Torelli (1807-1882), uomo di lettere attivo nella Napoli borbonica e fondatore del periodico Omnibus, figura ben inserita negli ambienti culturali cittadini. La menzione del proprietario del dipinto nella legenda dell’incisione suggerisce che l’opera possa essere nata anche in relazione alla circolazione privata dell’immagine all’interno di un contesto colto e collezionistico, in particolare legato alle incisioni donate annualmente ai soci dalla Società Promotrice di Belle Arti, di cui il Di Bartolo era socio fondatore: per tale scopo il Di Bartolo avrebbe eseguito in seguito anche l’acquaforte Tasso e la principessa Eleonora.
In questo quadro cittadino l’incisione di Di Bartolo appare non soltanto come esercizio accademico ma come traduzione grafica di un dipinto appartenente a una collezione allora privata napoletana, realizzata nell’ambiente dello studio del Cav. Aloysio Juvara e stampata nella bottega calcografica dei De Masa. Interessanti, così, anche se solo presumibili, si presentano motivazione e metodo di diffusione, nonchè motivate le dimensioni contenute della traduzione.
La scena è impostata con grande equilibrio compositivo: le due figure occupano il centro dell’immagine e sono raccolte entro un ampio campo luminoso che si apre alle loro spalle, una superficie tonale uniforme che concentra lo sguardo sul dramma umano rappresentato.
La figura di Agar è costruita attraverso un tratteggio progressivo e regolare che modella con grande finezza le superfici del corpo e delle vesti. Le linee seguono con precisione l’andamento delle forme, accompagnando la curvatura delle braccia e delle spalle e suggerendo con naturalezza la tensione emotiva del gesto. Il volto, sollevato e rivolto verso l’alto, è reso mediante una trama finissima di segni che costruiscono con gradualità i passaggi tonali. L’espressione di angoscia e di supplica è ottenuta con un modellato delicato, nel quale il bulino modula la luce senza mai irrigidire la superficie. La resa dell’incarnato dimostra una padronanza ormai piena dello strumento: il valore tonale nasce esclusivamente dalla variazione del tratteggio, che passa con grande continuità dalle zone illuminate alle ombre più profonde.
Particolarmente significativa è la figura del giovane Ismaele disteso in primo piano. Qui Di Bartolo affronta uno dei passaggi più complessi dell’incisione figurativa, la resa del corpo nudo in scorcio. Il modellato del torso e delle membra è costruito con una trama di linee sottilissime che seguono con grande sensibilità la struttura anatomica. Il bulino suggerisce i volumi del torace, delle braccia e delle gambe attraverso una modulazione attentissima dei valori tonali, ottenendo una figura che mantiene una notevole naturalezza plastica. La luce scivola sulla superficie del corpo e crea contrasti delicati tra le parti illuminate e quelle in ombra, senza interrompere la continuità del modellato. Il risultato è una figura resa con grande misura, nella quale il segno incisorio riesce a suggerire insieme la fragilità del corpo infantile e la sua presenza nello spazio.
Anche le vesti delle due figure rivelano una notevole abilità tecnica. I drappeggi sono costruiti mediante un sistema articolato di tratteggi paralleli e incrociati che seguono con precisione l’andamento delle pieghe. Le zone più profonde sono intensificate da fitte sovrapposizioni di segni, mentre le parti illuminate sono lasciate più aperte, creando un forte contrasto luministico che conferisce movimento e volume ai tessuti. In questi passaggi emerge chiaramente la padronanza del principio fondamentale della calcografia a bulino: la linea non si limita a descrivere la superficie ma costruisce il volume attraverso la variazione ritmica del tratteggio.
Gli elementi del paesaggio sono trattati con una trama più ampia e regolare che stabilisce un efficace contrasto con la maggiore densità dei segni nelle figure. Il fondo circolare luminoso che si apre dietro Agar è ottenuto mediante una fittissima rete di linee orizzontali estremamente regolari che costruiscono un campo tonale uniforme. Questa soluzione compositiva isola le figure e ne rafforza la presenza plastica all’interno della scena.
In primo piano compaiono alcuni elementi iconografici essenziali, tra cui la brocca rovesciata accanto al corpo di Ismaele. Il recipiente allude alla mancanza d’acqua che nella narrazione biblica segna il momento di massima disperazione della madre e del figlio nel deserto. La presenza di questo oggetto accentua quindi il carattere drammatico dell’immagine e contribuisce a definire con immediatezza narrativa il contesto dell’episodio.

Nel complesso, l’incisione dimostra come Di Bartolo fosse ormai pienamente padrone degli strumenti tecnici della calcografia accademica. La sicurezza del segno, la coerenza della costruzione luministica e la capacità di tradurre la composizione pittorica in una struttura grafica rigorosa rivelano un incisore già maturo, capace di governare con equilibrio tutte le componenti dell’immagine. In questa prova il bulino non imita semplicemente il modello pittorico di Maldarelli ma ne ricostruisce la logica formale attraverso il linguaggio specifico dell’incisione, trasformando la materia cromatica del dipinto in un sistema di segni ordinati che restituisce con grande efficacia la tensione drammatica della scena.
La rarità dell’opera accresce ulteriormente l’importanza di questa incisione nel catalogo dell’artista. Il numero estremamente ridotto di esemplari oggi noti e la presenza della prova di saggio con annotazione autografa costituiscono una testimonianza diretta del lavoro dell’incisore e permettono di osservare con particolare chiarezza il suo modo di costruire l’immagine attraverso la disciplina del bulino.

