Di Natalia Di Bartolo – Le prime incisioni ufficiali a bulino: gli Studi Accademici napoletani dell’artista nella classe di Tommaso Aloysio Juvara all’Accademia di Belle Arti.
Questo saggio si fonda sul corpus di studi inedito di Natalia Di Bartolo su Francesco Di Bartolo (1826-1913), costruito con criteri strettamente accademici attraverso ricerche d’archivio, documentazione e catalogazione ragionata delle opere. Per scelta editoriale, il presente ciclo di saggi non reca note a piè di pagina: i riferimenti documentari e critici sono sottesi al corpus originario cui il testo continuamente si richiama. Poiché tale corpus ha introdotto, a partire dal 1990-91, dati, identificazioni, confronti e ricostruzioni assenti nella bibliografia precedente, la loro eventuale ripresa senza rinvio al presente lavoro e al corpus dell’autrice costituisce omissione della fonte primaria.
In copertina, Francesco Di Bartolo: San Giorgio, da Jakob Jordaens, particolare. Bulino, Napoli 1856-58. Matrice 330 x 232 mm., campo inciso 155 x 110 mm., Coll. N. Di Bartolo, Catania.
L’arrivo di Francesco Di Bartolo a Napoli, nel 1854, segnò l’inizio concreto della sua formazione artistica. Aveva ormai quasi trent’anni, età che, soprattutto per allora, non era più giovanissima per intraprendere una carriera nelle arti.
Il padre, Antonino Di Bartolo, era giureconsulto, figura rispettata e ben inserita nella società catanese; la madre, Giuseppina Consoli, apparteneva anch’ella a una famiglia agiata e partecipe della vita cittadina. Si trattava dunque di un ambiente borghese solido, colto e perfettamente integrato nella Catania che contava, nel quale sarebbe stato naturale attendersi che il giovane Francesco seguisse la stessa strada del padre, intraprendendo la carriera giuridica. Il giovane, invece, passava gran parte del tempo disegnando. Copiava con pazienza le stampe a bulino, esercitandosi con una tenacia che già lasciava intravedere un talento non comune. In famiglia questa inclinazione non fu apertamente ostacolata, ma neppure incoraggiata o sostenuta con particolare entusiasmo: l’arte appariva ancora una strada incerta, lontana dalle sicurezze offerte da una professione giuridica.
Fu in questo contesto che intervenne la figura decisiva del celebre chirurgo Euplio Reina (1807-1877), amico di famiglia e personalità di grande prestigio nella vita pubblica catanese. Il ricordo di quell’episodio ci è stato tramandato dal figlio di lui, Calcedonio Reina (1842-1911), poeta e pittore, che molti anni più tardi raccontò con vivacità il momento in cui il padre intuì la vocazione artistica del giovane Di Bartolo:
«Mio padre, molti anni prima, aveva visto un giovane copiare a piccoli tratti di penna o di matita, fedelmente, pazientemente, le stampe a bulino, le più difficili. Presagiva in esso un incisore e gli fece ottenere un sussidio dal Comune onde studiasse tale arte in Napoli. Costui divenne l’insigne incisore Francesco Di Bartolo, nipote al celebre capo del popolo.»
L’intervento di Euplio Reina fu dunque determinante. È verosimile che egli avesse già favorito, nel 1853, la commissione affidata al giovane incisore della stampa “S. Marta – Patrona titolare dello Spedale chirurgico di Catania”, istituzione nella quale lo stesso Reina svolgeva la propria attività di medico con straordinaria dedizione.
Poco dopo maturò la decisione del Decurionato di Catania, che con Real Rescritto del 21 maggio 1854 accolse la supplica presentata da Francesco Di Bartolo al Governo, concedendogli una pensione annua di 288 ducati «per apprendere in Napoli l’Arte dell’Incisione». Quella pensione rappresentò la vera svolta nella vita dell’artista.
Nel 1854 Francesco Di Bartolo partì dunque per Napoli per iscriversi ai corsi d’incisione del Real Istituto di Belle Arti. Giunto in città, ebbe accesso alla Classe di Tommaso Aloysio Juvara (1809–1875), interessato soprattutto all’incisione del “gran genere” e ai cosiddetti “metodi diversi” (l’acquaforte, l’acquatinta, l’intaglio in acciaio, la mezzatinta, l’incisione in legno), tecniche che ampliavano notevolmente le possibilità dell’arte incisoria. Lo studio del disegno, normalmente preliminare al corso di incisione, non gli mancava. Poté quindi inserirsi direttamente nella prima classe, insieme ai conterranei Gaetano Micale e Saro Cucinotta. Il documento diretto della sua iscrizione non si è conservato, ma la presenza di Di Bartolo nella scuola è attestata indirettamente da una lettera di Tommaso Aloysio Juvara al Direttore della Pubblica Istruzione e degli Affari Ecclesiastici del 10 aprile 1856, conservata nell’Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.
L’indirizzo al quale prese alloggio il giovane artista era Strada S. Liborio alla Carità n. 23, piano terzo, come ricorda una lettera che lo stesso Euplio Reina scrisse il 1° giugno 1864, quando raccomandava al Di Bartolo il figlio Calcedonio, che si recava a Napoli per studiare pittura. Reina lo affidava infatti «a un amico che ha vissuto molto tempo nel cosiddetto gran mondo e che ha l’esperienza che s’acquista con l’età», indicando come alloggio proprio le “stanze in famiglia” in cui Di Bartolo abitava.
Tra l’incisore e il giovane Calcedonio vi erano sedici anni di differenza d’età e l’esperienza accumulata da Di Bartolo nei suoi anni napoletani si rivelò preziosa per il giovane pittore. L’amicizia tra i due artisti sarebbe durata per tutta la vita.
Ancora oggi, arrivando in Strada San Liborio, il numero civico 23 è lì. La sensazione è singolare: non quella di un luogo ricostruito o immaginato, ma quella di trovarsi davanti esattamente allo stesso edificio che Di Bartolo vide nel 1854. Il grande palazzo si apre sulla strada con la sua facciata ad archi, tipica dell’architettura napoletana, simile per concezione a quella di edifici celebri come il Palazzo Sanfelice.
Un grande cancello di ferro introduce in un ampio cortile interno, e subito lo sguardo è attirato dalle scale inserite nelle arcate, che salgono con andamento scenografico verso i piani superiori. È una struttura architettonica insieme funzionale e teatrale, nella quale il movimento delle scale diventa parte integrante della composizione della facciata.
Attraversato il cancello, il grande cortile appare come una piccola piazza interna. Attorno alle arcate si svolgeva e si svolge la vita quotidiana del palazzo: i portieri accanto al portone, le voci che risuonano tra le pareti alte, gli abitanti che salgono e scendono per le scale. È facile immaginare il giovane incisore attraversare quel cortile e salire fino al terzo piano, dove si trovavano le stanze affittate agli studenti e agli artisti di passaggio.
La posizione cittadina dell’edificio era straordinaria. Da un lato, seguendo la strada verso l’interno della città, Di Bartolo raggiungeva in pochi minuti il Real Istituto di Belle Arti, situato tra via Bellini e via Santa Maria di Costantinopoli, accanto al Museo Nazionale, le cui collezioni di busti antichi e statue classiche offrivano agli studenti modelli inesauribili per lo studio del disegno.
Dall’altro lato, percorrendo il tragitto inverso e scendendo verso via Toledo, bastavano pochi passi per trovarsi nel cuore monumentale della capitale borbonica. In due passi si arrivava al Teatro San Carlo e alla grande piazza del Plebiscito, dominata dal Palazzo Reale e dalla basilica di San Francesco di Paola. Era il centro vivo della città, dove si incrociavano aristocratici, funzionari, musicisti, pittori e letterati. Fra questi due poli, l’Accademia e il cuore della città, si svolgeva la vita quotidiana del giovane incisore.
Fondata da Carlo III nel 1752, l’Accademia di Belle Arti di Napoli operava sotto le direttive della Reale Società Borbonica e costituiva il centro culturale verso cui lo Stato polarizzava la propria azione artistica. L’istituto comprendeva numerose scuole: pittura, scultura, architettura, oltre al Real Laboratorio delle pietre dure. Tra queste, particolare prestigio aveva la Scuola d’incisione in rame, esistente già oltre il 1802 e resa celebre dai nomi di Guglielmo Morghen e Ricciardi.
Nel 1846, per volontà di Ferdinando II, era stata aggiunta una Scuola d’intaglio in acciaio e in legno, destinata a introdurre i metodi tecnici più moderni diffusi in Inghilterra e in Francia. A dirigerla era stato chiamato proprio il messinese Tommaso Aloysio Juvara, proveniente dalla scuola del Toschi di Parma e già professore d’incisione in rame presso l’Università di Messina.
Con decreto del 20 giugno 1850 Juvara era divenuto titolare della cattedra di “incisione di figura in rame del gran genere” insieme al professore Francesco Pisante (1804-1889), giudicati di pari merito. Fra i due incisori si sviluppò tuttavia una rivalità destinata a segnare a lungo la vita dell’istituto, come testimoniano i documenti conservati nell’Archivio dell’Accademia di Napoli, nelle buste relative ai professori e ai verbali dei concorsi.
Fu lo stesso Tommaso Aloysio Juvara, nel 1868, a tracciare una sorta di mappa delle scuole d’incisione italiane, ricordando con legittimo orgoglio come quella napoletana figurasse fra le più rinomate del paese. La cattedra di incisione di “figura in rame del gran genere” e quella dei cosiddetti “metodi diversi” godevano infatti di fama consolidata e attiravano allievi da diverse regioni del Regno.
La vitalità della scuola era tale che le richieste di iscrizione superavano largamente le possibilità materiali dell’istituto. Le lezioni si tenevano infatti in una sola aula e gli undici allievi effettivi erano costretti a disputarsi amichevolmente i posti meglio illuminati per poter lavorare sulle lastre. La situazione era dovuta anche a un gesto di generosa collegialità dello stesso Juvara, che aveva ceduto una propria stanza al professore Luigi Arnaud, titolare della scuola d’incisione in pietre dure, come testimonia la documentazione dell’epoca nell’Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Quell’aula angusta divenne così uno dei luoghi più intensi della formazione artistica napoletana della metà dell’Ottocento: un piccolo laboratorio nel quale si concentravano studio, competizione e reciproca emulazione.
Nel contesto della scuola diretta da Tommaso Aloysio Juvara l’apprendimento dell’incisione comprendeva anche le fasi pratiche della stampa calcografica. Le lastre incise dagli allievi venivano infatti tirate a Napoli da stampatori specializzati; tra questi è documentata la bottega dei De Masa, attiva nella stampa di matrici calcografiche e collegata all’ambiente artistico cittadino.
Dopo numerose prove vide finalmente la luce, nel 1855, la prima opera napoletana dell’incisore: il “Carlo V imperatore”, tratto da un disegno di Jovita Garavaglia, degnissimo inizio di quella carriera che si sarebbe dimostrata straordinaria. La stampa è qui riprodotta, mentre la sua analisi tecnica e stilistica sarà oggetto di uno studio specifico.

Gli atti del Decurionato ricordano che il ritratto di Carlo V costituiva una «testimonianza irreparabile» del talento dell’incisore, insieme ai certificati rilasciati dal Direttore e dal Professore d’incisione del Real Istituto di Belle Arti e alla relazione del Ministro degli Affari di Sicilia, che assicurava come Di Bartolo promettesse rapidi progressi nelle incisioni.
Per ringraziare la città di Catania, che gli aveva concesso di proseguire gli studi a Napoli, egli eseguì tra il 1855 e il 1857 l’incisione La Maddalena da un dipinto di Carlo Dolci, dedicandola alla propria patria con la frase incisa sotto l’immagine: “A Catania / sua Patria / questo primo fiore di gratitudine”, preceduta da una piccola figura allegorica di Minerva con elmo e lancia. L’opera si colloca dunque tra le prove più precoci dell’attività napoletana di Di Bartolo e testimonia il legame ancora fortissimo con la città che gli aveva permesso di intraprendere il percorso di formazione artistica.


La firma incisa in basso, “F. di Bartolo inc.”, presenta già la grafia che l’artista manterrà per tutta la vita. La particella “di”, scritta con la lettera minuscola, compare infatti con questa forma in tutte le sue incisioni note. Non si tratta di una semplice variazione grafica, ma di una scelta costante, legata alla consapevolezza della propria appartenenza familiare, che Di Bartolo mantenne invariata lungo l’intero arco della sua attività.
Nel 1859 egli eseguì poi la raffinata incisione “Agar ed Ismaele” da un dipinto di Federigo Maldarelli.

L’incisione Agar e Ismaele risulta oggi estremamente rara: nel corso della ricerca di chi scrive per la compilazione del corpus sono stati individuati soltanto due esemplari, uno dei quali è la prova di saggio con annotazione autografa dell’incisore. Sotto il titolo l’iscrizione incisa riporta inoltre le indicazioni “Maldarelli figlio dip.” e “F. di Bartolo dis. e inc.”, seguite dalla dicitura “De Masa imp. dallo Studio del Cav. Aloysio”, mentre un’ulteriore nota precisa: “Quadro di palmi 5×7 di proprietà del sig. Vincenzo Torelli”. L’insieme di queste indicazioni costituisce una sorta di sintetica dichiarazione di provenienza e di lavorazione dell’immagine. Altra notazione molto interessante è la proprietà dichiarata del dipinto da cui fu tratta l’incisione, che apparteneva al sig. Vincenzo Torelli, come precisa l’iscrizione incisa sotto il titolo. È verosimile che si tratti del noto giornalista Vincenzo Torelli (1807-1882), uomo di lettere attivo nella Napoli borbonica e fondatore del periodico Omnibus, figura ben inserita negli ambienti culturali cittadini. La menzione del proprietario del dipinto nella legenda dell’incisione suggerisce che l’opera possa essere nata anche in relazione alla circolazione privata dell’immagine all’interno di un contesto colto e collezionistico, in particolare legato alle incisioni donate annualmente ai soci dalla Società Promotrice di Belle Arti, di cui il Di Bartolo era socio fondatore: per tale scopo il Di Bartolo avrebbe eseguito in seguito anche l’acquaforte Tasso e la principessa Eleonora. In questo quadro cittadino l’incisione di Di Bartolo appare non soltanto come esercizio accademico ma come traduzione grafica di un dipinto appartenente a una collezione privata napoletana, realizzata nell’ambiente dello studio del Cav. Aloysio Juvara e stampata nella bottega calcografica dei De Masa. Interessanti, così, anche se solo presumibili, si presentano motivazione e metodo di diffusione, nonchè motivate le dimensioni contenute della traduzione a bulino.
La scena è impostata con grande equilibrio compositivo: le due figure occupano il centro dell’immagine e sono raccolte entro un ampio campo luminoso che si apre alle loro spalle, una superficie tonale uniforme che concentra lo sguardo sul dramma umano rappresentato.
La figura di Agar è costruita attraverso un tratteggio progressivo e regolare che modella con grande finezza le superfici del corpo e delle vesti. Le linee seguono con precisione l’andamento delle forme, accompagnando la curvatura delle braccia e delle spalle e suggerendo con naturalezza la tensione emotiva del gesto. Il volto, sollevato e rivolto verso l’alto, è reso mediante una trama finissima di segni che costruiscono con gradualità i passaggi tonali. L’espressione di angoscia e di supplica è ottenuta con un modellato delicato, nel quale il bulino modula la luce senza mai irrigidire la superficie. La resa dell’incarnato dimostra una padronanza ormai piena dello strumento: il valore tonale nasce esclusivamente dalla variazione del tratteggio, che passa con grande continuità dalle zone illuminate alle ombre più profonde.
Particolarmente significativa è la figura del giovane Ismaele disteso in primo piano. Qui Di Bartolo affronta uno dei passaggi più complessi dell’incisione figurativa, la resa del corpo nudo in scorcio. Il modellato del torso e delle membra è costruito con una trama di linee sottilissime che seguono con grande sensibilità la struttura anatomica. Il bulino suggerisce i volumi del torace, delle braccia e delle gambe attraverso una modulazione attentissima dei valori tonali, ottenendo una figura che mantiene una notevole naturalezza plastica. La luce scivola sulla superficie del corpo e crea contrasti delicati tra le parti illuminate e quelle in ombra, senza interrompere la continuità del modellato. Il risultato è una figura resa con grande misura, nella quale il segno incisorio riesce a suggerire insieme la fragilità del corpo infantile e la sua presenza nello spazio.
Anche le vesti delle due figure rivelano una notevole abilità tecnica. I drappeggi sono costruiti mediante un sistema articolato di tratteggi paralleli e incrociati che seguono con precisione l’andamento delle pieghe. Le zone più profonde sono intensificate da fitte sovrapposizioni di segni, mentre le parti illuminate sono lasciate più aperte, creando un forte contrasto luministico che conferisce movimento e volume ai tessuti. In questi passaggi emerge chiaramente la padronanza del principio fondamentale della calcografia a bulino: la linea non si limita a descrivere la superficie ma costruisce il volume attraverso la variazione ritmica del tratteggio.
Gli elementi del paesaggio sono trattati con una trama più ampia e regolare che stabilisce un efficace contrasto con la maggiore densità dei segni nelle figure. Il fondo circolare luminoso che si apre dietro Agar è ottenuto mediante una fittissima rete di linee orizzontali estremamente regolari che costruiscono un campo tonale uniforme. Questa soluzione compositiva isola le figure e ne rafforza la presenza plastica all’interno della scena.
In primo piano compaiono alcuni elementi iconografici essenziali, tra cui la brocca rovesciata accanto al corpo di Ismaele. Il recipiente allude alla mancanza d’acqua che nella narrazione biblica segna il momento di massima disperazione della madre e del figlio nel deserto. La presenza di questo oggetto accentua quindi il carattere drammatico dell’immagine e contribuisce a definire con immediatezza narrativa il contesto dell’episodio.

Nel complesso, l’incisione dimostra come Di Bartolo fosse ormai pienamente padrone degli strumenti tecnici della calcografia accademica. La sicurezza del segno, la coerenza della costruzione luministica e la capacità di tradurre la composizione pittorica in una struttura grafica rigorosa rivelano un incisore già maturo, capace di governare con equilibrio tutte le componenti dell’immagine. In questa prova il bulino non imita semplicemente il modello pittorico di Maldarelli ma ne ricostruisce la logica formale attraverso il linguaggio specifico dell’incisione, trasformando la materia cromatica del dipinto in un sistema di segni ordinati che restituisce con grande efficacia la tensione drammatica della scena.
La rarità dell’opera accresce ulteriormente l’importanza di questa incisione nel catalogo dell’artista. Il numero estremamente ridotto di esemplari oggi noti e la presenza della prova di saggio con annotazione autografa costituiscono una testimonianza diretta del lavoro dell’incisore e permettono di osservare con particolare chiarezza il suo modo di costruire l’immagine attraverso la disciplina del bulino.

Poco lontano da via Toledo si trovava infatti uno dei ritrovi più frequentati dagli artisti della Napoli ottocentesca, il Caffè della “Gran Brettagna”, luogo di incontri e discussioni dove si incrociavano pittori, incisori e letterati. In quell’ambiente Di Bartolo sarebbe entrato in contatto con alcune delle figure destinate a segnare la pittura meridionale della seconda metà dell’Ottocento, da Filippo Palizzi a Domenico Morelli, aprendo così il capitolo successivo della sua vicenda artistica.
Bibliografia
Natalia Di Bartolo: Francesco Di Bartolo (1826–1913) incisore e pittore. Ricostruzione biografica e critica, catalogo ragionato esaustivo delle opere.
Studio inedito, integralmente compiuto, tutelato dall’autrice; il corpus è strutturato secondo criteri scientifici di attribuzione, riscontro documentario e comparazione formale ed è reso consultabile per finalità di studio su richiesta motivata e secondo le modalità stabilite dall’autrice.
Materiali consultati: opere originali appartenenti alla collezione privata dell’autrice; atti, documenti e testimonianze ricostruiti anche attraverso la memoria storica familiare, verificati e confrontati con fonti archivistiche; documenti d’archivio, volumi, repertori e fondi originali conservati presso:
Napoli: Archivio dell’Accademia di Belle Arti; Archivio di Stato; Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”.
Roma: Calcografia Nazionale (oggi Istituto Centrale per la Grafica); Archivio di Stato; Biblioteca Nazionale Centrale.
Milano: Archivio e Biblioteca del Castello Sforzesco; Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche – Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”.
Catania: Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero; Archivio di Stato; Museo Vincenzo Bellini.
Collezioni e archivi privati in Italia e all’estero.
Il lavoro comprende la raccolta integrale della documentazione disponibile alla consultazione all’epoca delle ricerche, trascritta manualmente in modo fedele in un periodo in cui la riproduzione fotografica e le fotocopie non erano consentite. Non sono stati assunti come fonti critiche di riferimento gli studi e le brevi biografie pubblicati a partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in quanto ritenuti privi di adeguato fondamento documentario e di verifiche dirette sulle opere e sui materiali d’archivio.
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Bibliography
Natalia Di Bartolo: Francesco Di Bartolo (1826–1913), Engraver and Painter. Biographical and Critical Reconstruction, Exhaustive Catalogue Raisonné of the Works.
Unpublished study, completed in full and protected by the author; the corpus is structured according to scientific criteria of attribution, documentary verification and formal comparison and is made available for consultation for study purposes upon reasoned request and according to the procedures established by the author.
Materials consulted: original works belonging to the author’s private collection; records, documents and testimonies reconstructed also through family historical memory, verified and compared with archival sources; archival documents, volumes, repertories and original holdings preserved at:
Naples: Archive of the Academy of Fine Arts; State Archives; National Library “Vittorio Emanuele III”.
Rome: Calcografia Nazionale (now Istituto Centrale per la Grafica); State Archives; National Central Library.
Milan: Archive and Library of the Castello Sforzesco: Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche – Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”.
Catania: Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero; State Archives; Museo Vincenzo Bellini.
Private collections and archives in Italy and abroad.
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