Di Natalia Di Bartolo – Al Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Catania l’intitolazione dell’Auditorium al Maestro Santi Di Stefano, direttore d’orchestra e pianista, già direttore dell’Istituto: una serata di musica, memoria e restituzione.
Il 28 maggio 2026 l’auditorium del Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Catania ha assunto ufficialmente il nome del Maestro Santi Di Stefano, pianista, direttore d’orchestra, didatta, già direttore dell’Istituto e figura centrale nella lunga vicenda che condusse l’antico Liceo musicale cittadino verso la fisionomia del Conservatorio. In quella sala, già cappella dello storico Collegio Sacro Cuore, poi luogo di studio, di esercizio, di educazione musicale e di vita istituzionale, il nome di Di Stefano è stato fissato su una targa d’ottone all’ingresso dell’auditorium, dentro uno spazio che conserva ancora, nella struttura architettonica e nella destinazione attuale, la traccia di molte trasformazioni catanesi: la storia religiosa e scolastica del Collegio, la vicenda dell’Istituto musicale, il presente del Conservatorio.
La serata d’intitolazione, introdotta dall’ascolto di una registrazione pianistica del Maestro in una pagina di Bach, ha assunto subito il carattere più giusto: non la parola prima del suono, ma il suono prima della parola.
Santi Di Stefano, nato nel 1927 e scomparso nel 2025 all’età di novantotto anni, ebbe una formazione di altissimo profilo. Laureato in Giurisprudenza, completò la propria preparazione musicale al Conservatorio di Milano, studiando pianoforte con Carlo Zecchi e Arturo Benedetti Michelangeli e composizione con Alfredo Sangiorgi. Il suo percorso d’eccellenza culminò poi nel perfezionamento in direzione d’orchestra sotto la guida di Igor Markevitch, che lo scelse per dirigere una serie di concerti a Salisburgo.

Nel corso della sua carriera svolse un’attività intensa, prima come pianista e poi come direttore d’orchestra, con presenze in sedi e istituzioni di grande rilievo: il Teatro La Fenice di Venezia, il Comunale di Bologna, il Teatro Regio di Parma, il Teatro Massimo Bellini di Catania, la RAI, con cui collaborò anche in produzioni dedicate al repertorio cameristico del Sei e Settecento.
In lui la carriera non ebbe mai il volto dell’esibizione esteriore: anche nelle fotografie giovanili e in quelle che lo ritraggono sul podio si coglie una naturale eleganza del corpo, una figura alta, sottile, slanciata, un modo di vivere il gesto musicale senza teatralizzarlo, quasi con una severità che lasciava parlare prima di tutto la partitura.

Una fotografia giovanile lo mostra mentre dirige: l’abito nero, il colletto bianco, la bacchetta nella mano, l’altra mano aperta verso l’orchestra, lo sguardo non rivolto al pubblico ma a un punto interno del suono. In quell’immagine è contenuto il nucleo della sua figura direttoriale, dove non regnavano né l’enfasi, né il gesto spettacolare, ma la concentrazione di un comando conciso e decisivo. La direzione di Di Stefano, infatti, non cercava effetti, non insisteva sulla figura del direttore come centro spettacolare dell’esecuzione; procedeva piuttosto per indicazioni controllate, per chiarezza di attacco, per una compostezza che apparteneva a una nobile tradizione del gesto musicale inteso come servizio alla partitura.
Nel 1978 Di Stefano assunse la direzione del Liceo musicale “Vincenzo Bellini” di Catania, incarico che mantenne fino al 1994. Fu una stagione complessa, perché la crescita delle istituzioni artistiche, specialmente in una città come Catania, non avviene mai dentro una linea pacifica e levigata. Di Stefano si trovò a guidare un organismo che doveva consolidare la propria identità, rafforzare la propria funzione formativa e conquistare una sede adeguata. L’acquisizione della sede di via Etnea, nel 1985, da lui fortemente sostenuta, fu uno dei passaggi essenziali di questa vicenda: senza quella radicazione materiale, senza quel corpo architettonico dato alla scuola, la successiva trasformazione in Conservatorio sarebbe stata più difficile, forse meno naturale. Chi ha scritto di lui subito dopo la scomparsa ha ricordato come si fosse sempre dedicato “con passione e abnegazione” alla creazione di un’orchestra stabile dell’Istituto, alla diffusione della conoscenza musicale anche oltre le mura del Liceo, alla crescita di un ambiente nel quale la formazione non fosse soltanto tecnica, ma cultura condivisa e sostegno alle nuove leve.

Proprio per questo l’intitolazione dell’auditorium, fortemente voluta all’unanimità dal Consiglio Accademico con a capo il direttore del Conservatorio Maestro Giovanni Anastasio, è apparsa come un gesto necessario, arrivato finalmente a compimento. A sostenere la memoria del Maestro Di Stefano è stato soprattutto il Maestro Rosario Chiara, violinista, già allievo e poi docente del Liceo musicale, oggi testimone vivente di quella stagione. La sua presenza alla cerimonia, a novantaquattro anni, ha avuto il peso raro delle testimonianze che non derivano dai documenti, ma dall’aver attraversato i fatti, gli anni, le difficoltà, le persone. Chiara visse dall’interno la direzione di Di Stefano e ne conobbe le fatiche, le tensioni, la dedizione; per questo il suo ricordo non è stato soltanto affettuoso, ma storico. Nel parlare del Maestro, egli ha restituito anche una idea di insegnamento che oggi rischia spesso di smarrirsi: quella del musicista capace non solo di produrre arte, ma di trasmetterla, di generare negli altri una disciplina, una coscienza del suono, una responsabilità dell’ascolto.

Dopo gli interventi istituzionali, fra cui quello del direttore del Conservatorio, Giovanni Anastasio e dello stesso Maestro Chiara, la serata è proseguita con il concerto inaugurale affidato agli allievi del Conservatorio: orchestra, coro e organo.

L’Orchestra sinfonica Giovanile è stata diretta dal Maestro Giuseppe Romeo, ex allievo del Conservatorio; e proprio nel suo modo di dirigere, moderato, privo di gesti ampi o compiacimenti esteriori, si poteva riconoscere qualcosa della scuola ricevuta. Si è trattato di uno degli aspetti più sottilmente significativi della serata: il Maestro Di Stefano non era così ricordato solo nei discorsi, ma continuava a vivere, indirettamente, nella postura professionale di chi adesso contribuiva a far “vibrare” in suo onore l’intero Auditorium con l’energia della musica, conscio di come il Maestro avrebbe voluto che fosse, e certamente gradito.

Il programma ha intrecciato memoria, solennità e identità catanese. Dopo la registrazione bachiana di Di Stefano, l’esecuzione dell’“Ave verum corpus” di Mozart e della “Lacrimosa” dal Requiem sempre del genio di Salisburgo, ha dato voce corale a una commozione composta, mai dispersa nel sentimentalismo. Una pagina organistica di César Franck ha richiamato la natura stessa del luogo, con l’organo sul fondo del palcoscenico e l’antica cappella trasformata in sala da concerto; la Sinfonia da “Adelson e Salvini” di Vincenzo Bellini ha chiuso idealmente il cerchio, riportando la serata al nome del Nume tutelare del Conservatorio e alla città che in Bellini riconosce ancora uno dei propri fondamenti simbolici.

Il pubblico, numerosissimo, ha riempito la sala con una partecipazione evidente, fatta di ascolto, applausi, affetto, riconoscenza. Non era il pubblico di una semplice esecuzione commemorativa, ma una comunità raccolta attorno a un nome che appartiene insieme alla storia dell’Istituto, alla memoria della città e alla genealogia musicale di più generazioni.

La fotografia della targa, posta all’ingresso dell’auditorium, ha una forza particolare. Sullo sfondo, oltre la porta, si intravede la sala, con il palcoscenico, l’organo, le persone, il movimento dell’inaugurazione. Da quel momento l’auditorium non è più soltanto una sala del Conservatorio: è un luogo identificato da una memoria precisa, da un’appartenenza. Anche i futuri interventi di restauro, che interesseranno l’auditorium, non potranno che inserirsi in questa nuova denominazione, perché restaurare un luogo significa anche riconoscere ciò che esso è diventato nel tempo.
Accanto al Di Stefano Maestro, direttore, didatta, organizzatore, va però ricordato anche l’uomo, perché in lui la dimensione domestica non fu secondaria. Dopo la lunga stagione istituzionale e dopo il ritiro dalla direzione, la sua vita catanese tornò a raccogliersi attorno alla villa, al giardino, al pianoforte, agli affetti familiari, alla musica studiata e amata senza bisogno di scena. Chi lo conobbe in quegli anni lo ricorda come un uomo riservato, capace di grande cuore, di spirito, di attenzione, di una signorilità che non apparteneva alle maniere ma alla sostanza della persona. La casa, con i suoi mobili, i suoi quadri, i ricordi, il grande pianoforte, il giardino nel quale continuò a dedicarsi alla corsa mattutina anche da molto anziano, fu il suo ambiente più proprio. In una fotografia lo si vede seduto al pianoforte nel proprio studio: non c’è nulla di ufficiale in quell’immagine, e proprio per questo essa dice molto. Il Maestro non posa davanti allo strumento: gli appartiene. Il pianoforte è ancora il centro vivo della stanza, il punto verso cui convergono gli oggetti e gli anni.
Anche una bella immagine dell’ingresso di casa, dall’album della figlia Caterina, con il grande cane Nebbia disteso sul tappeto, appartiene a questa geografia intima, dentro un ambiente nel quale la bellezza nasce dall’abitare, dall’accumulo naturale delle cose amate, dalla continuità di una vita. Caterina lo ha assistito fino all’ultimo con dedizione profonda; anche i figli venuti dalla Spagna hanno sempre mantenuto con lui un legame vivo e la figlia Alessandra, arrivata appositamente, è stata presente anch’ella all’intitolazione dell’auditorium. Sono dati che non appartengono alla cronaca musicale in senso stretto, ma aiutano a comprendere l’uomo, il suo modo di amare senza clamore, la sua fedeltà ai legami, il valore che la famiglia ha avuto sempre e soprattutto nella sua lunga vecchiaia.

Per chi gli fu vicino, Santi Di Stefano fu una colonna silenziosa della famiglia, uno degli ultimi grandi anziani capaci di tenere insieme memoria, stile, affetto e autorità morale senza imporli. Il suo modo di esserci non era invadente; arrivava spesso nella forma più semplice, una telefonata inattesa, fatta senza motivo apparente, solo per affetto. Era un gesto minimo, e tuttavia rivelatore: chiamare prima di essere chiamato, precedere l’altro con una presenza discreta, dare continuità ai rapporti senza bisogno di discorsi solenni. In questo, come nella musica, Di Stefano conservava una rara eleganza.
Alla fine della serata di cui si è dato il resoconto, dopo Mozart, Franck, Bellini, dopo gli applausi e le parole, è rimasto più impresso forse proprio quel primo suono ascoltato all’inizio: Bach nelle mani del Maestro, registrato nella vecchiaia, quando la carriera pubblica era ormai alle spalle e la musica era tornata a essere ciò che forse era sempre stata per lui, la forma più intima della propria vita. Quel Bach appartiene a una delle testimonianze più rare della sua mano pianistica. A volerla fu lui stesso, a oltre novant’anni, affidandosi a Valerio Scirè, fonico di professione e suo più giovane cugino: una scelta che dice molto, perché il grande vecchio della famiglia consegnò proprio al più giovane il compito di fissare ciò che per natura non si lascia possedere: il suono vivo del pianoforte. Quelle registrazioni nacquero lentamente, in giornate di lavoro ostinato, tra prove, microfoni spostati, controlli della risonanza, ricerca di una resa che non tradisse il tocco e non lasciasse prevalere l’ambiente sul suono. Nulla, in quel lavoro, ebbe il carattere dell’occasione domestica improvvisata: vi era, al contrario, la stessa esigenza di nitore, di controllo e di fedeltà che doveva appartenere al musicista per natura profonda. Quelle note, registrate in alcuni CD, restano una preziosa testimonianza.
L’intitolazione dell’auditorium ha dato compiutezza ad un gesto giusto, necessario, dovuto; i versi posti qui in conclusione provano soltanto a seguire il segno della mano, della bacchetta, dello sguardo, dell’istante che precede l’attacco. Ma Santi Di Stefano, il gentiluomo, l’eleganza innata, la delicatezza e la classe in persona, non aveva bisogno di essere reso eterno da una targa, né di essere custodito da una poesia. Era già consegnato a ciò che più gli apparteneva: era fatto di musica. Viveva nella musica e nella musica, prima ancora che nel nome inciso sull’ottone o nella memoria di chi lo ha amato, aveva già trovato la propria forma di eternità.
Il Maestro sul podio
L’abito nero avvolge
la sagoma raccolta,
il colletto duro accende
il bianco della gola.
Le mani, lunghe e chiare,
sospese nell’aria ferma,
reggono la bacchetta
che pare regger tutto.
La fronte ampia e severa
brilla sotto le luci,
i lampadari accesi
diffondono il suo lume.
Lo sguardo non ricerca
i volti in penombra,
mira un orizzonte
che il tempo non cancella.
Se il foglio si dischiude
rivive l’armonia,
che nasce dai suoi gesti
e scioglie l’aria intera.
E l’attimo ritorna,
il suono si fa eterno,
immobile nel gesto
che il tempo ha custodito.
Con immenso affetto, nel ricordo indelebile,

Fotografie attuali: Natalia Di Bartolo; fotografia della targa: Caterina Di Stefano; fotografie d’epoca: archivio privato della famiglia Di Stefano, per gentile concessione.
