di Natalia Di Bartolo – Francesco Di Bartolo e Filippo Palizzi: un saggio sulla riduzione critica di Francesco Di Bartolo ai soli animali e sulla necessità di restituirlo alla sua vera statura iconografica, filologica e critica.
Questo saggio si fonda sul corpus di studi inedito di Natalia Di Bartolo su Francesco Di Bartolo (1826-1913), costruito attraverso ricerche d’archivio, documentazione e catalogazione ragionata delle opere. Per scelta editoriale, il presente ciclo di saggi non reca note a piè di pagina: i riferimenti documentari e critici restano sottesi al corpus originario, cui il testo continuamente si richiama. Poiché tale corpus ha introdotto, a partire dal 1990-91, dati, identificazioni, confronti e ricostruzioni assenti nella bibliografia precedente, la loro eventuale ripresa senza rinvio al presente lavoro e al corpus dell’autrice costituisce omissione della fonte primaria.
Fra gli equivoci più resistenti che finora hanno pesato sulla figura di Francesco Di Bartolo, uno dei più dannosi, proprio perché fondato su opere bellissime, è quello che lo ha voluto inchiodare al recinto degli animali, quasi che la sua mano, così sicura, così duttile, così capace di precisione e di libertà insieme, avesse trovato il proprio destino ultimo nelle stalle, nei ciucciarielli, nelle pecore, nei vitelli, nei cani e nei gatti, e quasi che proprio lì, in quella porzione della sua attività, si potesse esaurire il senso di un incisore molto più ampio, più mobile e più colto di quanto una lunga consuetudine critica abbia voluto riconoscere.
Ora, il punto non consiste affatto nello sminuire quelle incisioni, né nel trattarle come un inciampo minore, né nel salvarle con indulgenza come peccati veniali d’un artista che lavora per vivere. Il punto, al contrario, consiste nel riconoscere sino in fondo la loro qualità e proprio per questo nel sottrarle all’uso improprio che ne è stato fatto. Si è visto infatti, per troppo tempo, non l’animale inciso dal Di Bartolo come luogo di alta perizia, ma come marchio riassuntivo della produzione dell’autore; non come il foglio eccellente entro un genere, ma il genere elevato a “destino”.
Da questa deformazione conviene partire, e conviene farlo non dai grandi fogli di stalla, che pure sono il nodo più vistoso della questione, ma dalle immagini più raccolte, nelle quali la qualità di Di Bartolo si lascia leggere apertamente e nelle quali cade subito ogni alibi di folklore.
Il gatto o gattino, di soli mm 106 x 172, nella sua forma definitiva, posta sul bianco, rivela con evidenza ciò che una critica meno pigra avrebbe dovuto vedere da principio: non una grazia facile, non una minuteria domestica buona per il gusto corrente, ma una concentrazione di segno che trattiene l’immagine entro una misura altissima di sobrietà. Nulla vi è di lezioso, né di ammiccante o illustrativo nel senso basso del termine.

La bestiola è colta con una precisione che non irrigidisce e con una dolcezza che non si sfibra e il tratteggio, là dove infittisce il pelo, dove raccoglie l’ombra e accompagna la curva del corpo e il leggero moto della testa, mostra una mano che sa disciplinare l’acquaforte senza impoverirla, anzi lasciandole quella vibrazione interna che è propria dei fogli nati da una sorvegliata libertà.

Anche il monogramma, inconsueto, unico nella produzione ad oggi conosciuta del Di Bartolo, che figura da firma in alto a sinistra, così minuto e insieme così necessario anch’esso all’equilibrio dell’immagine, conferma che non si è davanti a un appunto vagante o a una bagattella di mestiere, ma a una piccola forma compiuta, pensata e chiusa con la nettezza propria delle invenzioni riuscite, una probabile opera originale dello stesso Di Bartolo.

Accanto a questa redazione definitiva, si conserva poi un esemplare di provenienza non chiarita, nel quale il fondo appare scurito da mano rozza e manifestamente estranea a quella di Di Bartolo: proprio tale anomalia, lungi dal confondere il discorso, lo chiarisce per contrasto, perché mostra quanto il foglio vero, lasciato sul bianco e restituito alla sua limpidezza, non tolleri intorno a sé alcuna manipolazione. Se si guarda davvero questo piccolo foglio e non lo si guarda con gli occhi del collezionismo sentimentale o della nota da catalogo frettolosa, si comprende subito che il problema non è l’umiltà del soggetto, ma l’altezza del modo.
Qualcosa di ancor più decisivo accade nel ritratto del cagnolino, probabilmente quello amatissimo di Giuseppina Strepponi, moglie di Giuseppe Verdi, dove l’animale si fa presenza individuale, carattere, concentrazione psicologica. Qui non basta più parlare di resa del pelo, di padronanza del chiaroscuro, di esattezza del contorno, benché tutto questo vi sia e vi sia in forma eminente.

In questo foglio si avverte che Di Bartolo non sta soltanto descrivendo, ma sta ponendo in figura, conferendo al capo dell’animale una gravità che sottrae l’immagine alla sfera dell’aneddoto. Si avverte nettamente che non si è qui dinanzi a un semplice cane ben osservato, ma ad un ritratto vero e proprio. L’iscrizione del foglio, letta con attenzione, rimanda infatti a un originale dipinto di Filippo Palizzi e dunque a un modello preciso, già determinato in partenza come immagine individuale e non come generico studio d’animale.

Anche quando si confronti questo foglio con il ritratto del cane Lulù di Filippo Palizzi, del 1858, conservato a Villa Verdi a Sant’Agata, resta aperta, e per ora non risolvibile, la questione se vi sia stato un solo modello o più versioni palizziane del medesimo tema; ma proprio tale incertezza, anziché indebolire il ragionamento, lo rafforza, perché mostra come non si tratti di un’invenzione estemporanea o di un’uscita marginale, bensì di un nucleo figurativo serio, nel quale l’osservazione dell’animale s’incontra con un’idea di immagine più salda di quanto l’etichetta di “genere” lasci supporre.

Anche qui, dunque, non si dà alcun pretesto per relegare Di Bartolo nell’ambito di una laboriosità minuta. Si dà, piuttosto, la prova che, persino entro un repertorio che la ricezione successiva avrebbe banalizzato, la sua mano sapeva produrre intensità.
A questo punto si comprende meglio la natura del malinteso che si sarebbe poi addensato intorno ai grandi fogli della stalla, quelli stessi che più di ogni altro contribuirono alla notorietà di Di Bartolo e, paradossalmente, alla sua mutilazione critica.
Le capre, i vitelli, la gallina, l’asinello, ovvero il ciucciariello, diventato quasi emblema, tutto quel teatro rustico che tanto piacque e che tanto si lasciò raccontare, non può essere liquidato come concessione al gusto comune, perché si tratta di incisioni di qualità altissima, nelle quali l’acquaforte regge masse, distanza, tessitura, pelo, paglia, ombra d’ambiente e verità fisiognomica con una sicurezza che non ammette sufficienze. Si tratta di fogli nei quali l’artista domina il rapporto fra il dettaglio e l’insieme, colloca i corpi nello spazio angusto della stalla, distribuisce le luci con intelligenza, evita sia la confusione sia la durezza e raggiunge quel punto raro in cui il mestiere, anziché mostrarsi, si lascia dimenticare.

Nell’incisione in cui è presente il ciucciariello, la qualità si raccoglie con una evidenza estrema: la testa dell’animale emerge con forza, ma senza isolamento artificioso, e il segno, fitto dove occorre e più arioso dove l’aria della stalla si apre, costruisce insieme il pelo, la paglia, il fondo e la penombra, senza mai cadere nell’effetto. Non è senza significato che, perfino in un foglio tanto noto, si sia continuato a vedere una pecora là dove l’incisione mostra con chiarezza un capro dalle corna ritorte, affiancato da un capretto e dalla gallina: errore minimo solo in apparenza, perché rivela quanto poco si siano guardate davvero queste immagini, ridotte troppo presto a repertorio di stalla e troppo raramente lette nella loro precisa verità figurativa.

Ciò che colpisce è l’equilibrio compositivo, perché più presenze differenti vengono tenute in rapporto senza dispersione, ognuna col proprio peso e con la propria tessitura. Nelle grandi incisioni d’insieme poi consacrate quasi a immagine ufficiale di Di Bartolo, quelle stesse che la Calcografia avrebbe presentato in mostra nel 1872 (come regolarmente registrato in nota dal corpus fondante dei presenti saggi) e che tanto contribuirono alla sua fama, la stalla, quindi, si fa addirittura microcosmo, e l’artista mostra di saper orchestrare animali diversi, profondità, arresti, aperture e rapporti di massa con una maturità che eccede di molto il semplice bozzetto rustico.

Nel foglio dei due vitelli si manifesta invece una qualità diversa, più raccolta e quasi più severa, perché qui Di Bartolo concentra lo sguardo su una coppia animale che gli consente di lavorare con straordinaria finezza sui volumi, sulle pieghe della pelle, sulla densità dei corpi e sulla loro reciproca prossimità. Il rapporto fra le due teste, la loro diversa inclinazione, la saldezza con cui emergono dal fondo e insieme vi si legano mostrano una padronanza che nulla ha di bozzettistico e che anzi porta l’acquaforte a un grado di evidenza quasi monumentale, pur entro la modestia apparente del soggetto.

Nel foglio con il vitello, le capre che bevono e la contadinella col fascio di fieno in mano, ciò che domina è la costruzione d’insieme, perché il motivo animale si apre qui a una scena più articolata, nella quale la figura umana non interviene come accessorio pittoresco, ma come elemento ordinatore dello spazio e del ritmo. Le capre chine a bere, il vitello, la presenza della giovane contadina e il gesto stesso del fascio di fieno producono una circolazione interna dello sguardo che impedisce a ogni dettaglio di isolarsi e conferisce al foglio una complessità narrativa e formale ben più alta di quanto il soggetto rustico possa far credere a una lettura superficiale.
Sarebbe dunque sciocco, oltre che falso, difendere Di Bartolo da questi fogli. Occorre invece difenderlo attraverso questi fogli, cioè mostrare come proprio la loro eccellenza abbia favorito la pigrizia di chi, vedendoli riusciti, decise che bastassero. Il danno comincia infatti quando la bravura entro un genere viene scambiata per la misura totale dell’artista. Qui si annida la miseria della ricezione. Non si distinse fin da subito e ancora oggi non si distingue il folklore dalla perfezione, perché il folklore era ed è più comodo da nominare e la perfezione chiedeva e chiede occhi tecnici; non si distinse e non si distingue l’immagine alta dall’immagine spendibile, perché l’immagine spendibile si lasciava e si lascia più facilmente ricordare; restò e resta indistinto anche il lavoro di necessità dal lavoro pienamente rappresentativo, perché la critica, quando non possiede i mezzi per leggere, si aggrappa al soggetto come un naufrago al primo legno. Così accadde che i fogli di stalla, mirabili in sé e degni di essere esposti come prova di forza, finirono per funzionare da recinto, e Di Bartolo si trovò consegnato, suo malgrado, a una formula riduttiva che aveva l’apparenza dell’omaggio e la sostanza della condanna, che fino ad oggi perdura.
In tale deformazione pesa anche la concreta realtà della vita napoletana di allora, che non può essere rimossa né idealizzata. Di Bartolo non viveva d’aria, non era mantenuto da una rendita remota. Doveva mangiare, reggersi, occupare il proprio posto in un ambiente che chiedeva immagini e immagini riconoscibili, commerciabili, adatte al gusto del pubblico.

I cagnolini inediti dal calendario, con il nome del mese di gennaio ancora leggibile, stanno qui come documento eloquentissimo di questa necessità. Non appartengono al vertice del discorso, né devono esservi trascinati contro natura; sono, piuttosto, la prova di un lavoro secondario, occasionale, “alimentare”, esattamente come secondario fu il lavoro illustrativo per il De Bourcard. Sarebbe puerile farne capolavori, ma sarebbe ancora più ingiusto farne il criterio dell’artista. Documentano una condizione materiale, non una vocazione profonda. Chi riduce Di Bartolo a questi fogli, o li confonde con i vertici della sua produzione, dimostra soltanto di non sapere che cosa significhi vivere d’incisione nel pieno Ottocento.
Ben diverso è il caso dei suoi dipinti animali, che possono qui entrare solo come appoggio laterale, ma che nondimeno confermano l’ampiezza e la serietà del repertorio.

La testa di ciucciariello, anche prescindendo dalla cronologia esatta, da attribuirsi tra Napoli e il ritorno a Catania, mostra come il motivo animale non si esaurisse affatto in un compiacimento rustico, ma potesse farsi presenza severa, concentrazione quasi ritrattistica.

Il cane dietro la grata della dispensa, attratto dai salumi e dai formaggi che gli sono negati, introduce perfino una sottile tensione narrativa, una soglia fra desiderio e interdizione, fra il dentro e il fuori, che sottrae l’immagine al semplice pezzo di genere.

E il capretto sacrificato, appeso come vittima pasquale accanto alla cesta della ricotta, sotto la finestra che lascia intravedere limoni e foglie, rompe d’un colpo ogni lettura addolcita, perché qui l’animale non è grazia né compagnia, ma corpo offerto, sacrificio domestico, crudezza quotidiana filtrata da un occhio che sa vedere senza infingimenti. Anche se tali dipinti appartengono con alta probabilità alla vecchiaia e dunque non entrano nel cuore cronologico di questo saggio, è utile ricordarli, perché mostrano quanto sia arbitraria la riduzione di Di Bartolo a un pittore di maniera. L’animale, in lui, non è mai soltanto un vezzo di repertorio; è talora osservazione minuta, talora ritratto, o scena, o ancora presenza muta e grave e spesso viene collocato nelle sue amate nature morte.
Tutto questo, se fosse stato letto con criterio, avrebbe dovuto produrre una conclusione semplicissima: che gli animali costituiscono una parte cospicua e talora splendida della produzione di Di Bartolo, ma non autorizzano in alcun modo a farne un incisore limitato a quel campo. Eppure proprio questa conclusione, la sola ragionevole, è mancata. Si preferì, al contrario, ripetere la formula della scuola napoletana, della onnipresenza del Palizzi, del gusto locale e lasciare che l’intero percorso successivo si offuscasse dietro quella scena d’origine. Si è insistito su Napoli sino a renderla quasi totalità, mentre Roma, pur essendo decisiva, restò, nelle fonti arbitrarie e facilone a cui fino ad oggi si è dato illimitato credito, troppo spesso sullo sfondo, come appendice, come sviluppo secondario, come episodio quasi inevitabile ma non essenziale. Qui non occorre ancora entrare nel dettaglio delle omissioni biografiche su Roma e la Regia Calcografia, né anticipare il discorso specifico sul ritorno a Catania e sulle deformazioni più tarde, perché quello avrà altra sede; ma si può e si deve dire che la sovraesposizione del versante animale e napoletano/palizziano ha contribuito non poco a lasciare in ombra il resto.
Né si creda che questa sia soltanto una colpa della tarda ripetizione. L’errore, in forma più nobile e dunque più insidiosa, nasce già a monte, entro quella stessa benedizione accademica che riconobbe Di Bartolo senza veramente liberarlo. Il celebre incisore Luigi Calamatta (1801-1869), come dal corpus che registra il dato biografico nel 1863, vide il talento del giovane che gli chiedeva un parere, sottoponendogli la Sant’Agata a bulino e le tre incisioni di animali dal Palizzi all’acquaforte qui sopra illustrate, e vide soprattutto la scioltezza di quest’ultima tecnica, che in Di Bartolo si offriva con evidenza, più libera, più vibrante, più naturalmente adatta alla mano di quanto non fosse il bulino inteso come pura disciplina chiusa. L’elogio dell’acquaforte, per sé, non fu un errore. L’errore consistette piuttosto nel fatto che tale elogio restò interno a un orizzonte ancora limitato, entro il quale il talento veniva riconosciuto, promosso, perfino esibito, ma non veramente aperto a un campo più vasto di soggetti e di destinazioni.
Se i grandi fogli di stalla furono considerati un fiore all’occhiello, e se lo stesso Di Bartolo li espose come tali, nel 1872, sempre dalla documentazione del corpus fondante, anche nella prospettiva della futura consacrazione romana, non vi è da biasimarlo, perché erano effettivamente splendidi. Vi è invece da rilevare come una lode giusta sul piano della perizia potesse diventare, sul piano storico, una trappola. Si vide l’eccellenza del foglio, ma non si vide il rischio della sua assolutizzazione.
In quegli stessi anni napoletani, Di Bartolo non stava semplicemente reiterando animali per il gusto della piazza, ma coltivava relazioni, si faceva riconoscere, si preparava a un percorso che avrebbe portato agli Iconoclasti, al seguito di Juvara al trasferimento verso Roma, alla Regia Calcografia pensata come luogo di altissimo perfezionamento incisorio. Il paradosso e insieme la ferita stanno proprio qui: gli stessi fogli che attestarono la sua bravura furono poi quelli che facilitarono e facilitano fino ad oggi la lettura più riduttiva. La stalla, che per l’artista fu prova di forza, divenne per la critica una scorciatoia. E poiché ogni scorciatoia è il contrario della storia, Di Bartolo rimase prigioniero d’un’immagine troppo facile, mentre il suo cammino reale procedeva altrove.
Non si tratta, sia chiaro, di costruire retroattivamente un eroe mancato o di immaginare per lui un destino che il suo tempo e la sua patria non avrebbero comunque saputo accogliere. Non serve fare di Di Bartolo ciò che non fu. Serve molto di più restituirgli ciò che fu davvero, cioè un incisore di grande mano, capace di altissima riuscita, cresciuto dentro un sistema artistico che sapeva premiare la bravura ma non sempre emanciparla dai suoi recinti, e poi consegnato a una ricezione che, invece di distinguere, impastò tutto in un’unica figura semplificata. Gli animali, in questa storia, non sono il limite di Di Bartolo; sono la prova del limite altrui. La loro bellezza non diminuisce il problema, lo rende soltanto più grave. Se fossero brutti, la riduzione sarebbe ridicola; poiché sono bellissimi, la riduzione si è fatta credibile, e proprio per questo è durata tanto.

Da qui occorre ripartire. Ripartire dai Contadinelli, figura umana, acquaforte e bulino, e insieme da queste teste d’animali, da questi gatti, da questi cani, da questi fogli di stalla, non per confermare la caricatura di un Di Bartolo rinchiuso nella Napoli pittoresca che amava vedersi fra asini e pecore, ma per mostrare che proprio lì, nel luogo in cui più facilmente lo si è voluto confinare, si vede invece la qualità che lo eccede.
La gabbia critica degli animali non fu costruita dagli animali, ma dagli sguardi incapaci di andare oltre. E poiché tale incapacità si è protratta abbastanza, conviene finalmente dire che quelle incisioni sono meravigliose, ma che proprio per questo non bastano, non possono bastare, e non basteranno più a definire Francesco Di Bartolo.
Bibliografia
Natalia Di Bartolo: Francesco Di Bartolo (1826–1913) incisore e pittore. Ricostruzione biografica e critica, catalogo ragionato esaustivo delle opere.
Studio inedito, integralmente compiuto, tutelato dall’autrice; il corpus è strutturato secondo criteri scientifici di attribuzione, riscontro documentario e comparazione formale ed è reso consultabile per finalità di studio su richiesta motivata e secondo le modalità stabilite dall’autrice.
Materiali consultati: opere originali appartenenti alla collezione privata dell’autrice; atti, documenti e testimonianze ricostruiti anche attraverso la memoria storica familiare, verificati e confrontati con fonti archivistiche; documenti d’archivio, volumi, repertori e fondi originali conservati presso:
Napoli: Archivio dell’Accademia di Belle Arti; Archivio di Stato; Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”.
Roma: Calcografia Nazionale (oggi Istituto Centrale per la Grafica); Archivio di Stato; Biblioteca Nazionale Centrale.
Milano: Archivio e Biblioteca del Castello Sforzesco; Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche – Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”.
Catania: Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero; Archivio di Stato; Museo Vincenzo Bellini.
Collezioni e archivi privati in Italia e all’estero.
Il lavoro comprende la raccolta integrale della documentazione disponibile alla consultazione all’epoca delle ricerche, trascritta manualmente in modo fedele in un periodo in cui la riproduzione fotografica e le fotocopie non erano consentite. Non sono stati assunti come fonti critiche di riferimento gli studi e le brevi biografie pubblicati a partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in quanto ritenuti privi di adeguato fondamento documentario e di verifiche dirette sulle opere e sui materiali d’archivio.
Per la bibliografia del corpus fondante si rinvia alla pagina dedicata.
Per lo statuto scientifico del corpus di studi su Francesco Di Bartolo (1826–1913), per le note editoriali e per le modalità di consultazione, si rinvia alla relativa pagina.
Foto © N. Di Bartolo e rispettivi proprietari
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