DON CARLO al Teatro alla Scala di Milano

Di Natalia Di Bartolo – Il Maestro Chailly sul podio ha diretto la serata d’inaugurazione, con un cast interessante e dibattuti risultati.


Al di là di qualsiasi considerazione mondana, con la quale sarebbe facile infarcire la recensione di un evento come è sempre stato ed è la Prima della Scala, ciò che conta per l’appassionato esperto ed esperiente è sempre e solo la musica.


La cronaca di ciò che è accaduto davanti e dietro le quinte è facile da ricostruire anche non essendo stati presenti, ma ciò che è importantissimo, invece, è testimoniare l’evento musicale che prende forma in tale serata tradizionalmente prestigiosa e celebrata. Dunque, essere presenti significa assistere all’opera andata in scena come da tradizione, il 7 dicembre 2023, che precedentemente è stata pubblicizzata, anticipata, fotografata, analizzata dai tabloid, con un interesse volto spesso ben più agli accadimenti politici e mondani che precedono coinvolgono e seguono l’immancabile Inno di Mameli che apre la serata, seguito in questa occasione anche dall’annuncio del sovrintendente Dominique Meyer della fresca nomina dell’Opera Italiana quale “Patrimonio immateriale dell’Umanità” dall’Unesco”, che alla valenza artistica dell’evento.


Il sovrintendente Meyer… E’ giusto citarlo: colui che ha fatto del Wiener Staatsoper un teatro di meraviglie durante la sua direzione, adesso dona alla Scala la propria simpatia e semplicità, facendosi, poi, anche da portavoce dell’indisposizione che, purtroppo, ha colpito il basso Michele Pertusi, impegnato nella fondamentale parte dell’imperatore Filippo II.


Cronaca a parte, dunque, come prima accennato, quel che ha contato e dovrebbe contare per primo è l’ascolto; e tale ascolto, per chi scrive, parte sempre dal Direttore d’orchestra. Molti a dire e scrivere, allora, se sia “piaciuta” o “non piaciuta” la concertazione e direzione d’orchestra del Maestro Riccardo Chailly; ma in pochi che cerchino di esplicitare il perché di questa variabile di fondamentale importanza.

Il Maestro Chailly è un grande direttore d’orchestra; l’autorevolezza della sua bacchetta è innegabile e possiede, ovviamente, caratteristiche di gusto e impostazione che possono essere, come tutto in musica, condivise o meno. I tempi, per esempio: il Maestro ha una concezione dei tempi che a volte lo porta a dilatarli; ma nel contempo la sua capacità di sviscerare ogni sonorità, anche la più recondita, della partitura ne fa un gigante. Dargli dunque in mano il “Don Carlo” nella versione del 1886, in quattro atti in italiano, significa fargli affermare di avere da gestire “la Bibbia di Verdi”… E non è che la Bibbia, quella vera, sia facile e leggera da leggere e comprendere. Tenendo fede a questo paragone, altrettanto è accaduto al “suo” Don Carlo.

Affidandolo alla bacchetta di Chailly nella versione forse meno bella, a parere di chi scrive (che ama non solo i cinque atti in italiano, ma ancor più forse quelli originali in francese), ha significato dargli modo non solo di eseguire tale Bibbia ma anche di tuffarcisi dentro con il proprio modo di pensare la direzione e di concepire tempi e dinamiche. Pertanto, se la direzione di Chailly può non essere piaciuta ad alcuni è solo perché il Don Carlo è un capolavoro assolutamente bilanciato e ponderoso, concepito già di suo per essere tale. La direzione di Chailly, a tratti, lo ha reso talmente solenne che la grandiosità che scaturisce in automatico è diventata quasi insistenza. Un Don Carlo ipertrofico non risponde ai requisiti di tale capolavoro che non ha bisogno di essere ingigantito: è già immenso.

Ecco, dunque, la fonte della discordia dei pareri, alla quale chi scrive si unisce, ma sempre con immenso rispetto e ammirazione nei confronti di un grandissimo direttore d’orchestra, che è stato capace di tenere in pugno organico orchestrale e palcoscenico, in un’edizione scenicamente grandiosa e con un cast di tutto rispetto.


Eppure, siamo tutti esseri umani: si consenta alle meravigliose, iconiche figure che si stagliavano sulla scena di avere il mal di gola e una tosse che scappava a tratti: come è successo al grande Michele Pertusi. Si consenta alla primadonna Anna Netrebko di entrare in scena con un velo di stanchezza sia nelle sembianze che nella voce…E così via…

Il teatro e la vita non son la stessa cosa” diceva il grande Ruggiero nei suoi “Pagliacci”; dunque, una recensione di uno spettacolo a questi livelli può anche tener conto di qualche incidente di percorso e di qualche momento di defaillance; occorsi, per esempio, anche a Francesco Meli, nel ruolo del titolo. Appunto, il tenore, che ha la caratteristica (che va sempre più accentuandosi con il trascorrere della carriera) di stimbrare i piano, ha dato modo di far ascoltare falsetti alla francese che sarebbero stati ammissibili solo, al limite, nella versione francese dell’Opera verdiana. Dunque, unendo a questa sua caratteristica, che non a tutti i puristi e gradita, anche un’umanissima emozione, con un acuto che gli è sfuggito, si è creata la figura di un Don Carlo non particolarmente pregnante, né messa a fuoco debitamente.


Anna Netrebko, a parte ciò che prima si accennava, è stata una Elisabetta che non rispondeva ai canoni di dolcezza e arrendevolezza che sono propri del personaggio: una Elisabetta aspra nei toni, quasi ribelle e carica di insolita rabbia: il soprano ha dato del personaggio una lettura inusuale. Fermo restando, però, che vocalmente è stata, come sempre, fonte di finezze di emissione nei filati e nelle espressioni tecniche di grande difficoltà che caratterizzano questo ruolo. Era come se le fosse rimasta un’eco di Lady Macbeth nei gravi e nelle espressività. Ma resta e si conferma sempre una grande cantante.


Elina Garança, Eboli, che ha debuttato nel ruolo relativamente di recente, è stata la stella femminile più brillante in palcoscenico. Ha dominato la parte con grande perizia, sia tecnica che interpretativa e la sua Principessa, priva una volta tanto della benda all’occhio, ha destato l’entusiasmo degli spettatori. Chapeau.


Il Rodrigo di Luca Salsi si è mostrato un po’ distorto nel carattere, un po’ troppo ghignante e, nello stesso tempo, permeato, a dire dell’interprete stesso, da un egoismo che in effetti però non si è mai riscontrato nel carattere generoso e nobile di questo personaggio. Secondo il Salsi, Rodrigo “tira acqua al suo mulino” più che a quello dell’amico fraterno Don Carlo; e questo, per chi scrive, non corrisponde affatto ad una lettura caratteriale corretta. Pertanto il Salsi è stato un Rodrigo convincente fino ad un certo punto, mostrando una punta di egocentrismo personale anche nel curare sulla scena soprattutto i pezzi forti della propria parte, ma trascurando, purtroppo, l’intonazione di alcuni propri recitativi al primo atto.


Dispiace sottolineare la performance quasi mancata di Michele Pertusi, Filippo II, poiché lo si era sentito e visto giganteggiare in questa meravigliosa parte nella recente messa in scena di Modena. Tuttavia, pur se l’orecchio attento aveva notato la voce compromessa fin dalle sue prime battute, è rimasto soddisfatto dal suo “Ella giammai m’amò”, caparbiamente affrontata e ben riuscita, così come da tutto l’insieme della sua recita. Nel complesso, una grandissima lezione di tecnica, nel dominare corde infiammate e ribelli e catarri imprevedibili.


Del Grande Inquisitore, Jongmin Park, che ha sostituito l’indisposto Ain Anger ed ha sostenuto dunque due parti (era destinato solo a quella del Frate, interpretato come Carlo Quinto, nel IV atto, da Huanhong Li), è giusto sottolineare la correttezza e l’impegno: l’età è l’esperienza forgeranno il basso in nuce, che al momento incontra difficoltà nella cavata e deve curare i gravi profondi.


Tutti gradevoli gli altri interpreti; il Coro del Teatro alla Scala, diretto dal M° Alberto Malazzi, è stato impeccabile. Tale Coro, così come l‘Orchestra, si può considerare un’ “Eccellenza Italiana”.

E “last but not least” la regia di Lluís Pasqual, con le scene di Daniel Bianco e i bellissimi, tetri costumi di Franca Squarciapino, ambientata, una volta tanto, nel periodo storico corretto.


Una visione oscura, quella del Pasqual, pesante nella messa in scena, statica per il coro, un punto di vista dichiarato “intimistico” dal regista, che, pur rendendo interessante il “dietro le quinte” del Potere, anche nell’Autodafé con la vestizione dei sovrani, non ha reso brillantezza a quel tanto decantato “Barocco” a cui si diceva ispirato e che si riprometteva di ricreare in scena. Più spunti dai “Caravaggeschi” (Caravaggio è troppo, in questo caso) che dal Velázquez, dunque, anche nei colori corruschi e nelle luci fosche di Pascal Mérat : lo spettacolo si è mostrato visivamente eccessivamente solenne e appesantito, nonostante i movimenti coreografici di Nuria Castejón.


Pubblico di vip e meno vip, dunque, alla fine, di opposto pensiero su svariati fronti, fra applausi scroscianti e qualche dissenso.


Appuntamento, atteso già da adesso, al prossimo 7 dicembre 2024.

Natalia Di Bartolo ©

Foto Brescia/Amisano