Di Natalia Di Bartolo – Mozart nuova produzione al Wiener Staatsoper con Heras-Casado e un cast giovane guidato da Mokhoabane, Müller e D’Angelo; orchestra in grande evidenza, regia contemporanea di Jan Lauwers.
Al Wiener Staatsoper, il 12 marzo 2026, La clemenza di Tito di Wolfgang Amadeus Mozart ha mostrato ancora una volta quella qualità che probabilmente solo Vienna riesce a restituirle con naturalezza: un Mozart compreso dall’interno, limpido, quasi domestico nella sua perfezione. La partitura, che altrove appare spesso irrigidita nella sua dimensione cerimoniale, qui ha trovato invece una tensione teatrale viva, sostenuta soprattutto da una realizzazione musicale di altissimo livello.

Sul podio il Maestro Pablo Heras-Casado ha guidato la serata con gesto chiaro e controllo raffinato della frase mozartiana. La direzione ha evitato ogni pesantezza accademica e ha costruito un tessuto musicale mobile e fluido, sostenuto da tempi ben calibrati e da una grande attenzione ai recitativi, trattati come veri momenti drammatici. La linea orchestrale è rimasta sempre leggibile, il fraseggio è stato curato con finezza e la tensione è cresciuta con naturalezza fino a improvvise strette di energia che hanno dato alla partitura una forza teatrale autentica.
L’orchestra del Wiener Staatsoper è stato il vero centro vitale della serata. Il suono ha posseduto quella qualità inconfondibile che si associa alla tradizione viennese: archi di una trasparenza quasi impalpabile, fiati luminosi, equilibrio dinamico perfettamente controllato. La musica è “fiorita” con naturalezza, passando da momenti di leggerezza quasi aerea a improvvise concentrazioni drammatiche di grande intensità. In più di un passaggio si è avuta la sensazione che Mozart parlasse qui la propria lingua naturale. Il clarinetto obbligato in «Parto, parto, ma tu ben mio» è stato superlativo; allo stesso livello gli altri interventi dei solisti dell’orchestra, tutti di altissima levatura e perfettamente integrati nel tessuto musicale. L’ovazione finale tributata alla buca non ha sorpreso: l’orchestra, con la sua direzione, è stata il vero fondamento della serata.

Il cast ha riunito interpreti giovani ma già pienamente padroni dello stile mozartiano. Il Tito del tenore sudafricano Katleho Mokhoabane ha colpito per freschezza vocale e nobiltà naturale della linea di canto con una buona propensione per le agilità tutta da perfezionare; nel primo atto è apparso in un costume argenteo che sottolineava visivamente la figura del sovrano, mentre nel secondo lo stesso disegno si è trasformato in una tonalità dorata bronzea, preceduta da un semplice abito da degente su una sedia a rotelle, secondo regia.

La Vitellia di Hanna-Elisabeth Müller ha affrontato con autorevolezza la scrittura ampia e impervia del personaggio. In «Deh se piacer mi vuoi» e soprattutto nella grande scena di «Non più di fiori vaghe catene» la cantante ha mostrato controllo stilistico e intelligenza musicale. Nelle zone più acute della tessitura si è avvertita talvolta una tensione nel controllo dell’emissione, con qualche suono più stirato e fisso del dovuto; tuttavia l’artista ha mantenuto saldo il governo dell’intonazione e della linea, restituendo con efficacia la complessità drammatica del ruolo.

Il Sesto di Emily D’Angelo è stato uno dei punti più intensi della serata per colore vocale e partecipazione teatrale. «Parto, parto, ma tu ben mio» è stato reso con grande concentrazione espressiva nel dialogo con il suddetto clarinetto obbligato, mentre «Deh, per questo istante solo» ha restituito con intensità la fragilità morale del personaggio.
Hanno completato il quadro la Servilia luminosa di Florina Ilie, l’Annio elegante di Cecilia Molinari e il Publio autorevole di Matheus França. L’insieme ha mostrato una coerenza stilistica rara e una notevole solidità musicale.
Il coro del Wiener Staatsoper, preparato da Thomas Lang, ha offerto una prova compatta e precisa, partecipando con chiarezza sonora ai momenti collettivi della partitura.

La regia di Jan Lauwers, con scene dello stesso Lauwers, ha scelto una linea contemporanea dominata da una grande pedana lignea che ha funzionato come spazio neutro dell’azione. Alle spalle dei cantanti uno schermo ricurvo ha accolto immagini astratte, prevalentemente violacee e azzurrine nel primo atto, più rosate nel secondo. Tutti gli interpreti si sono mossi scalzi, come su un grande tatami rituale. I costumi di Lot Lemm hanno contrapposto tessuti dorati lievi per i protagonisti a vesti contemporanee in bianco e nero per il coro, mentre le luci di Ken Hioco hanno accompagnato con sensibilità il mutare dei fondali cromatici.
Proprio il primo atto ha mostrato tuttavia il limite più evidente della regia. Il continuo movimento del coro e dei danzatori, con gesti coreografici spesso scoordinati e privi di una reale motivazione drammatica, ha trasformato alcune scene in una sorta di agitazione permanente. Cantanti costretti a muoversi e a danzare mentre cantavano: una soluzione che in un’opera come questa, fondata su un equilibrio severo tra parola e musica, è apparsa discutibile e talvolta distraente.

In questo contesto è comparsa anche una citazione cinematografica inattesa. Durante la scena dell’attentato contro Tito, sul fondale sono apparse immagini che evocavano chiaramente la celebre sequenza della scalinata della Corazzata Potëmkin di Sergej Eisenstein. Il video è comparso in coincidenza con il crollo scenico del coro che si è abbattuto a terra. Eppure, il vero fulcro visivo della regia è emerso proprio nel finale del primo atto, nel grande coro «O giorno di dolor». Alla fine, il palcoscenico si è riempito di corpi distesi, uomini e donne a terra come dopo una sommossa o una strage. L’immagine ha restituito con forza il trauma dell’attentato e il presunto assassinio dell’imperatore.
Nel secondo atto la regia ha attenuato la frenesia coreografica e la scena ha ritrovato maggiore concentrazione drammatica.

Questa Clemenza di Tito viennese ha confermato quanto tale opera possa rivelare una vitalità sorprendente quando è sostenuta da una realizzazione musicale di alto livello. La qualità sonora dell’orchestra del Wiener Staatsoper, la precisione dei suoi solisti e la solidità di un cast giovane e stilisticamente preparato hanno trasformato la serata in una vera celebrazione del Mozart viennese. Il pubblico lo ha riconosciuto con entusiasmo con grandi applausi finali per direttore e orchestra.
Foto © Marcella Ruiz Cruz, © Wiener Staatsoper / Michael Pöhn
