“I PURITANI” in fuga al Teatro Massimo “Bellini” di Catania

By Natalia Di Bartolo —


Perché i tempi di Bellini siano diventati un mistero doloroso c’è da chiederselo ogni volta che si assista alla rappresentazione di una sua opera.

Cosa determina un rallentamento da nevrastenia, come quello che un blasonato direttore e i suoi seguaci hanno fatto credere a mezzo mondo rappresentare i tempi corretti nei “gloriosi” anni ’70 del secolo scorso, o, al contrario, un’accelerazione da razzo spaziale come quella alla quale si è assistito al teatro Massimo “Bellini” di Catania il 12 dicembre 2015, da parte del Maestro Fabrizio Maria Carminati, memore forse di qualche tentativo, obiettivamente talvolta ben riuscito, di accelerazione italiana contemporanea in territorio più che altro francese? Viene certamente da chiederselo.

Che possa essere una “moda” che, da parte dei direttori più trendy sui podi odierni, tenda a rilanciare il dinamismo fin troppo trascurato della musica del genio catanese? O una reazione alla suddetta lentezza che, tranne rari casi, ha finora aleggiato solenne nella maggior parte delle rappresentazioni belliniane? Ma una reazione non vuol dire cercare l’esatto opposto: è incorrere nello stesso errore alla rovescia. Da troppo lento a troppo veloce, Bellini non è più Bellini.

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Possibile che i Direttori non riescano a trovare la giusta “via di mezzo”, ovvero, quello che poi, alla fine riesca a determinare la qualità complessiva di una rappresentazione di un’opera belliniana? La via di mezzo che lasci che i cantanti possano respirare prima dell’emissione, che le pause durino quanto è giusto farle durare, che le emozioni abbiano tempo di essere espresse e recepite dal pubblico. Una serata con i Puritani in fuga non è la più serena possibile, né per gli interpreti, né per gli spettatori.

Il Maestro Carminati ha iniziato e proseguito a dirigere a gran velocità. Tutta l’espressività è andata stravolta, soprattutto nella parte prima. I cantanti non hanno avuto il tempo di resistere alla sua accelerazione, a momenti perdendosi, sopraffatti da tempi improbabili. Una serata che è andata comunque a normalizzarsi, musicalmente parlando, man mano che si snodava l’azione scenica, poiché evidentemente il Maestro non poteva fare a meno di dare spazio ai tempi corretti richiesti ai cantanti, soprattutto nei momenti cruciali. Concertati di tutto rispetto, bisogna dire, alcuni di quelli più noti, in un’esecuzione della versione critica a cura di Fabrizio della Seta, che conteneva, ovviamente, variazioni e cadenze diverse dalla versione che viene normalmente messa in scena.

Gradevole la Elvira di Laura Giordano, ancora acerba sia vocalmente che scenicamente, molto scolastica, in ogni senso, ma di belle speranze. Voce pregevole che però, dunque, deve necessariamente smussare molti spigoli prima di raggiungere quella perizia che la sontuosa partitura belliniana richiede in questo ruolo. Scenicamente incolore, poi, era come intimorita dai tempi accelerati dell’accompagnamento.12346755_505032462991151_1850241789_n

Altra domanda, che viene spontanea dopo aver ascoltato la Giordano e diverse delle giovani cantanti di scuola italiana che calcano le scene ai nostri giorni, iniziando carriere che si augurano fulgide: possibile che non esistano più maestri che insegnino i filati e i piano e pianissimo? Tutto proiettato con forza, spinto, tutto sonoro all’eccesso. Bel Canto? Non più, in tal modo.

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L’Arturo di Shalva Mukeria ha fatto miracoli, sovracuti compresi: voce ben definita, adatta al ruolo, il tenore ha dato davvero il massimo, inerpicandosi in quella che è una partitura che non perdona. Decisamente da apprezzare.

Esperiente ed autorevole il Riccardo di Carmelo Corrado Caruso, che è apparso imporre i propri tempi al Maestro nei brani che lo vedevano protagonista, eseguendo anche le agilità richieste dalla partitura al baritono proprio grazie all’esecuzione contenuta giustamente nei tempi corretti.

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Oltretutto, appena era in grado di prendere respiro, l’orchestra magnifica del teatro Massimo Bellini risaltava col proprio inconfondibile colore e dava vita a dinamiche che, nonostante la compattezza e la poca cura complessiva dei chiaroscuri, la rendono unica nell’esecuzione delle opere di Bellini.

Conferma di bella voce giovane da basso nel ruolo di Sir Giorgio, Dario Russo, artista che si va affinando nell’espressione e nella resa sonora e che era una delle voci più pregevoli in scena nella serata. Un’altra promesa tutta catanese che si va dimostrando sempre più una certezza.

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Accettabile la Enrichetta di Francia di Nidia Palacios, corretti i comprimari, molto sonoro, ma abbastanza curato, il Coro, nonostante qualche eccesso che contraddistingue la direzione del Maestro gallese Ross Craigmile. Questa volta la compagine del teatro catanese si è palesata epressiva e meglio modulata, rispetto ad altre performances precedenti, nonostante qualche voce sopranile cercasse di sforare e pure con successo, ma certo non a vantaggio della compattezza dell’insieme.

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Suggestiva ed evocativa la messa in scena di Francesco Esposito, che firmava anche i bei costumi, ispirati alla pittura di Holbein: regia tradizionale ma non troppo, rispettosa del capolavoro belliniano, basata anche sugli scenari pregevoli di Alfredo Troisi, ben illuminati da Bruno Ciulli, e su movimenti scenici nonché sull’ideazione di momenti inconsueti, come la tempesta di neve delle scena prima della terza parte, lì dove l’atmosfera sembrava rievocare più che le scene belliniane, quelle donizettiane e tempestose di Lucia di Lammermoor.

Il pubblico catanese, aduso alle rappresentazioni delle opere del Cigno, aveva una gran voglia di applaudire senza riserve quei Puritani tanto attesi e desiderati, in una rappresentazione che si è dimostrata gradevole in molti sensi. Ma era come “frenato” dall’avvertire qualcosa che musicalmente, anche se non da tutti identificata, rendeva l’ascolto di fuggevole, inafferrabile emozione. Spettatori, dunque, un po’ perplessi, ma comunque plaudenti, che hanno segnato il successo di una serata che avrebbe potuto essere d’alto livello, se tutto l’ingranaggio avesse funzionato a dovere.

©Natalia Di Bartolo

 

PHOTO © Giacomo Orlando