Di Natalia Di Bartolo- DER FLIEGENDE HOLLÄNDER a New York, The Metropolitan Opera –
DER FLIEGENDE HOLLÄNDER – regia August Everding
regia August Everding
direttore d’orchestra Yannick Nézet Séguin
scene Hans Schavernoch
costumi Lore Haas
luci Gil Wechsler
ripresa da Stephen Pickover
con Amber Wagner, Michael Volle, Dolora Zajick, Ben Bliss, Franz-Josef Selig, AJ Glueckert
New York, Metropolitan Opera dal 25 aprile al 12 maggio 2017
Un Wagner sempre atteso e molto amato al Metropolitan Opera di New York il 25 aprile 2017, con Die Fliegende Holländer, in scena nella produzione del Met, per la regia di August Everding. L’azione è collocata in un tempo non specificato nel libretto, ma la direzione dell’Everding era sostanzialmente tradizionale, molto accorta anche per quanto riguarda i movimenti delle masse, tra le sartie e le griselle spettrali della scenografia di Hans Schavernoch, illuminate dalle luci corrusche e a tratti tempestose di Gil Wechsler, con i costumi curati di Lore Haas. Tutto ciò era il “contenitore” di un vero evento di grande musica.
Non che si voglia sminuire la parte estetica dello spettacolo, che era di tutto rispetto, ma il versante musicale era tracimante: andava ben al di là del dato visivo, a volte si era spinti a chiudere gli occhi in una full immersion nel capolavoro sonoro.
Sul podio il M° concertatore e direttore Yannick Nézet Séguin. Un nome, una garanzia… tuttavia si sa, si attende sempre al varco una direzione che non provenga da tempie imbiancate dal tempo e dall’esperienza. Ma qualcosa lasciava presagire che si sarebbe trattato di una serata di grazia per tutti gli interpreti, in buca e sul palcoscenico.
Forse lo spirito della gentile ed amatissima german vocal coach Irene Spiegelman, in questo ruolo al Met per oltre 40 anni, che era volata nel suo Walhalla appena poche settimana prima ed a cui unanimemente era stata dedicata la serata, aleggiava bonario sugli astanti, chissà…
Certo è che c’era qualcosa di speciale in questa serata newyorkese, che si presagiva lunga e intensa, perché il M° Nézet-Séguin aveva deciso di eseguire il capolavoro wagneriano in versione originale, ovvero in atto unico, così come era stato scritto dal genio tedesco, in contrasto con la tradizione e come sua prima “romantische oper”; dunque senza dividerlo nei tradizionali tre atti. Fu lo stesso Wagner a dirigere l’opera così al debutto alla Semperoper di Dresda il 2 gennaio 1843. 141 minuti continuativi di musica non facili né da eseguire né da ascoltare, che, se si fossero dimostrati poco gradevoli, certo non sarebbero stati leggeri da sostenere per i presenti. Invece la serata è volata in un tripudio di bellezza.
Wagner insisteva che le parole e la musica avessero nelle sue opere la stessa importanza. Questo approccio portò all’idea del Gesamtkunstwerk, “opera d’arte totale”, che univa musica, poesia, architettura, pittura e altre discipline, una nozione che ebbe un impatto sui campi creativi anche lontani dall’opera.
Ecco il perché della magia del pieno coinvolgimento. E’ stato necessario seguire la serata passo passo, per non lasciarsi travolgere e poterne scrivere. Di conseguenza, non si tratta in questa sede di prendere in considerazione le singole voci ed esprimere un parere, come di solito si fa nelle recensioni del melodramma italiano o francese o quant’altro: qui bisogna considerare l’insieme nella perfetta fusione inscindibile tra voci e orchestra. In un Wagner così ben eseguito, tutto è saldato così intimamente che una disamina “regolamentare” risulta impossibile. Non si può che inchinarsi al genio di un musicista di difficoltà suprema già in questa sua prima sperimentazione della formula del canto aperto e continuo.
Nella carriera del compositore tedesco, Der Fliegende Holländer, infatti, segna la prima drastica presa di distanza dall’opera convenzionale. Le forme chiuse sono pressoché abolite: la melodia procede quasi senza interruzioni e in essa compaiono i primi Leitmotive, melodie associate a personaggi, oggetti o concetti astratti. I Leitmotive sono tutti introdotti nell’ouverture e appena il M° Nézet-Séguin ha dato l’attacco alla magnifica orchestra del Metropolitan Opera, si sono dispiegati in tutto il loro fulgore.
Il maestro canadese ha mostrato da subito capacità di mantenere all’estremo l’equilibrio delle sezioni nelle parti anche solo orchestrali, con guizzi da brivido. Il vortice dei sentimenti nelle lunghe frasi musicali tipicamente wagneriane, dalla bellezza struggente, e le risoluzioni sonore audaci ed ardenti venivano sottolineate dall’orchestra in un crescendo di atmosfera di una bellezza profonda e imperscrutabile.
La comparsa in scena del protagonista dell’opera, l’Olandese volante, ha segnato un momento di pathos musicale e scenico. Questa figura oscura, interpretata da una delle star del Metropolitan, il basso baritono Michael Volle, compendia in sé la disperazione infinita di un’anima in pena all’interno di un creato ostile ed al seguito di un destino ineluttabile, che lo condanna a navigare fino al giorno del giudizio su un veliero popolato da fantasmi, a meno di trovare una donna che lo ami e gli sia fedele per sempre.
La storia fascinosa di questo eroe in fondo positivo, ma oppresso dalla sventura, come voleva la leggenda, tratta da una fonte letteraria individuabile nella versione di una antica leggenda marinara di Heinrich Heine (Dalle memorie del signor von Schnabelewopski), ma che lo stesso Wagner ammise essere in parte autobiografica dopo un viaggio nella tempesta, si snoda a partire da un momento musicale e scenico di intensa espressione, che nella vocalità del Volle è giunto ad essere anche gradevolmente aspro, con accenti di violenta, rabbiosa angoscia.
L’Olandese compare dopo un inizio in cui si presagisce qualcosa di misterioso, con l’attracco al porto norvegese del navigatore Daland, l’ottimo basso Franz Josef Selig, dalla vocalità brunita e dai gravi profondi. All’apparire dell’Olandese, poi, ogni frase gode di una sacralità vertiginosa, ogni momento è motivato dalle profondità sfaccettate dei sentimenti e nel susseguirsi, in fondo conciso e semplice, degli eventi.
Nei mutamenti di scena, a New York, si sono avvertiti anche i mutamenti repentini del tono umorale, nel susseguirsi dell’azione drammatica. Il Daland del Selig è stato autorevole. La presenza del direttore Nézet-Séguin era sempre vigile. Nel duetto tra Daland e l’Olandese si sono librate di colpo melodie di un’eleganza anche formale infinita, affrontate con ottima qualità dalle due voci scure.
Ritornando allo snodarsi della vicenda, si è giunti poi ai cori dei marinai: sono stati suggestivamente evocativi di atmosfere di duro lavoro a bordo dei velieri, del vento, delle tempeste. Chi conosca un minimo il mondo della marineria e il suo spirito d’avventura si è potuto rispecchiare nel fascino di tali cori e nei loro richiami caratteristici di bordo. Il Coro del Met, diretto magistralmente da Donald Palumbo, si è distinto in una performance impeccabile.
Dopo un finale teorico del primo atto, si è passati senza soluzione di continuità al secondo, nell’esaltazione, così, di un’unità compositiva di straordinaria qualità.
Il coro delle filatrici si è rivelato soave ed è stato un piacere ascoltare la grande Dolora Zajick nella parte di Mary, con la sua sempre bella voce scura, pur vedendola costretta dalla regia su una sedia a rotelle.
Ed ecco Senta, la californiana Amber Wagner, una protagonista dolente, scenicamente e vocalmente, fin dai primi accenti. Bella voce calda e anche squillante quella della Wagner, di curiosa omonimia col compositore, ricca di accenti imperiosi e dolci nella celebre ballata. La predestinazione di Senta si avverte fin dall’inizio e qui di colpo emerge l’impronta wagneriana inconfondibile, che maturerà nei capolavori successivi e che porta le voci a stirarsi e conformarsi ad uno stile tutto personale. Qui bel canto di matrice italiana e canto tedesco si sono fusi in un maniera così originale ed unica che è saltato per il critico ogni parametro di giudizio canonico.
Ed ecco anche Erik il cacciatore, AJ Glueckert, bella voce tenorile, dal bellissimo legato, del resto richiesto dalla parte, ma con attimi di appannamento in alcuni passaggi.
Esaltante la brillantezza dei suoni orchestrali. Mai dimenticarsi del M° Nézet-Séguin, onnipresente, vigile come un falco: l’ascoltatore non si è persa una nota, né del canto né dell’orchestra, la cui fusione perfetta è stata merito delle direzione, capace di dare risalto ad ogni singolo istante musicale. E se l’orchestrazione wagneriana è sontuosa di suo, il Nézet-Séguin era un fiume in piena, assecondato e seguito dall’ottima orchestra del Met.
Bellissimo il duetto Senta-Olandese, in cui si è evidenziato soprattutto il bel fraseggio del protagonista Volle: vi si sono toccati vertici di sublime bellezza, nonostante il canto richieda al soprano sia i filati che gli acuti, che in questo genere di canto non sono per nulla facili: la Wagner ha incontrato qualche difficoltà; ma la resa complessiva dei due solisti è risultata superlativa al finale teorico del secondo atto. Le assonanze belliniane sono apparse palesi, a tratti.
Si è proseguito senza alcuna interruzione, passando al canto dei marinai e delle donne, che è apparso scandito e brillante, anche scenicamente ben reso: la resa del Coro, nella sinistra allegria della festa, è stata spettacolare, fino a giungere alla vividezza sonora della tempesta arcana, in cui anche visivamente si è sottolineata la forza sovrumana che anima i marinai del vascello fantasma. L’atmosfera terrena dell’opera è solo un aspetto: sia il mondo della natura che del soprannaturale vi sono magnificamente evocati.
Impressionante, in questo punto, la sovrapposizione dei piani musicali, che si sono incrociati e intersecati nella narrazione del mistero dell’Olandese, e la capacità del Nézet-Séguin di evidenziarli tutti. Un oboe solista meraviglioso, che sembrava preludere ad un’aria verdiana dal Don Carlo, si è dimostrato di una bellezza struggente.
Magistrale è stato anche il duetto conclusivo tra Senta e l’Olandese, seguito dal sacrificio della fanciulla e dalla salvazione di entrambi: lo splendore, che al finale placa ogni tempesta, ha abbagliato gli spettatori che non sono riusciti più a contenere gli applausi trattenuti per l’intera serata.
L’opera si è conclusa con un’ovazione impressionante, col publico in delirio e una pioggia di fiori ininterrotta anche sull’orchestra.
Natalia Di Bartolo ©
PHOTO © Metropolitan Opera | Richard Termine
Rewiew Sipario: DER FLYING DUTCHMAN at the Metropolitan Opera, New York
Review by Natalia Di Bartolo
THE FLYING DUTCHMAN – directed by August Everding
by Richard Wagner
Direction: August Everding
Conductor: Yannick Nézet-Séguin
Sets: Hans Schavernoch
Costumes: Lore Haas
Lighting: Gil Wechsler
Revival by: Stephen Pickover
Cast: Amber Wagner, Michael Volle, Dolora Zajick, Ben Bliss, Franz-Josef Selig, AJ Glueckert
New York, The Metropolitan Opera, April 25 – May 12, 2017
Wagner is always eagerly awaited and deeply loved at the Metropolitan Opera in New York. On April 25, 2017, Der Fliegende Holländer returned to the Met stage in the theatre’s own production, directed by August Everding.
The action is set in an unspecified time, as suggested by the libretto, and Everding’s approach remains essentially traditional, with particular care devoted to the movement of the masses amid the rigging and ghostly shrouds of Hans Schavernoch’s scenery, dramatically illuminated by the stormy, shadow-laden lighting of Gil Wechsler. Lore Haas’s costumes completed a visual framework that served as the vessel for a truly outstanding musical event.
This is not to diminish the aesthetic value of the production, which was considerable; yet the musical dimension overflowed the visual one, surpassing it entirely. At times, one felt compelled to close one’s eyes, surrendering completely to an immersive experience of Wagner’s sonic masterpiece.
On the podium stood Yannick Nézet-Séguin, conductor and musical director. A name that is, in itself, a guarantee. And yet, one often approaches such performances with caution, especially when the baton is not wielded by a maestro whose authority has been tempered by decades of experience. Still, from the very outset, something suggested that this would be a night of grace for everyone involved, both in the pit and on stage.
Perhaps the benevolent spirit of the much-loved German vocal coach Irene Spiegelman, who had served the Met in that role for over forty years and had passed away only weeks earlier, hovered gently over the theatre. The evening was unanimously dedicated to her memory, and one could sense an intangible presence lending the performance an added dimension of intensity.
What was certain is that something special permeated this New York evening, which promised to be long and demanding. Nézet-Séguin had chosen to perform Wagner’s score in its original version, as a single uninterrupted act, exactly as the composer conceived it, rather than dividing it into the customary three acts. Wagner himself conducted Der Fliegende Holländer in this form at its premiere at the Semperoper in Dresden on January 2, 1843.
One hundred and forty-one continuous minutes of music present a formidable challenge, both to performers and listeners alike. Had the result been less compelling, endurance would have been severely tested. Instead, the evening flew by in a triumph of beauty.
Wagner insisted that words and music should carry equal weight in his works. This conviction gave rise to the concept of the Gesamtkunstwerk, the “total work of art,” uniting music, poetry, architecture, painting and other disciplines, an idea whose influence extended far beyond opera itself. This is the source of the work’s overwhelming power of involvement.
To write about such an experience, one must follow it moment by moment, resisting the risk of being swept away entirely. Consequently, this is not an occasion for a conventional, role-by-role vocal assessment. In Wagner performed at this level, voices and orchestra are fused so intimately that a traditional critical dissection becomes meaningless. One can only bow before the genius of a composer who, already in this early work, ventured into the supreme difficulty of continuous, open musical discourse.
In Wagner’s artistic trajectory, Der Fliegende Holländer marks a decisive break from conventional opera. Closed forms are almost entirely abandoned; the musical flow proceeds with minimal interruption, and the first Leitmotive appear, themes associated with characters, objects or abstract ideas. All of these motifs are introduced in the overture, and from the very moment Nézet-Séguin gave the downbeat to the magnificent Metropolitan Opera Orchestra, they unfolded in all their splendour.
The Canadian conductor immediately demonstrated an extraordinary ability to maintain absolute balance among the orchestral sections, even in purely instrumental passages, producing thrilling surges of sound. The vortex of emotions contained in Wagner’s long, typically expansive musical phrases, together with the bold and ardent harmonic resolutions, was underlined by the orchestra in an ever-growing atmosphere of profound and enigmatic beauty.
The entrance of the opera’s protagonist, the Flying Dutchman, marked a moment of intense musical and dramatic impact. This dark figure, portrayed by one of the Met’s leading artists, bass-baritone Michael Volle, embodies the infinite despair of a tormented soul, condemned to roam hostile seas until Judgment Day aboard a ghostly ship, unless redeemed by the faithful love of a woman.
Volle’s vocal interpretation conveyed this anguish with a deliberately rough edge, charged with violent, raging intensity.
The narrative unfolds from the mysterious opening, with the arrival of Daland’s ship in a Norwegian harbour. Franz-Josef Selig offered an authoritative Daland, his voice dark-hued and grounded in solid, resonant low notes. When the Dutchman appears, every phrase acquires a vertiginous solemnity; each moment is driven by the multifaceted depths of human emotion, within a dramatic structure that is, at heart, concise and direct.
The shifts of scene were mirrored by sudden emotional changes in the drama. Nézet-Séguin’s presence on the podium remained constantly alert. In the duet between Daland and the Dutchman, melodies of sudden, almost infinite elegance emerged, sustained with impressive vocal quality by both dark-voiced singers.
The sailors’ choruses evocatively conjured the atmosphere of hard labour at sea, the wind and the storms. Anyone familiar with maritime life could recognize its spirit of adventure in these choral calls. The Metropolitan Opera Chorus, masterfully prepared by Donald Palumbo, delivered an impeccable performance.
Without interruption, the music flowed onward, reinforcing the extraordinary unity of Wagner’s conception. The spinning chorus was gentle and luminous, and it was a pleasure to hear the great Dolora Zajick as Mary, her rich, dark voice intact, despite being confined to a wheelchair by the staging.
Amber Wagner’s Senta appeared as a tragic figure from her very first notes, both vocally and scenically. Her warm, powerful voice, capable of both imperious accents and tender inflections, shaped a compelling Ballad. From the outset, Senta’s sense of predestination was palpable, revealing the unmistakable Wagnerian imprint that would fully mature in later works. Here, Italian bel canto and German vocal style fused in a uniquely original manner, rendering any conventional critical yardstick obsolete.
AJ Glueckert offered a finely legato Erik, though with moments of slight vocal clouding.
Throughout the performance, Nézet-Séguin remained omnipresent, vigilant as a hawk. Not a single note of voice or orchestra was lost to the listener. The perfect fusion between pit and stage was the result of a direction capable of illuminating every musical instant. The orchestra, already sumptuous by nature, became under his baton a surging, controlled force.
The Senta–Dutchman duet reached peaks of sublime beauty. Although the soprano faced some difficulty with the demanding filati and high notes required by the role, the overall impact of the duet was exceptional. Bellinian echoes surfaced at moments.
The final scenes unfolded without interruption, culminating in the eerie celebration of the ghostly crew, the elemental fury of the supernatural storm, and the overwhelming convergence of musical planes. Particularly striking was a solo oboe passage of haunting beauty, suggestive of Verdi’s Don Carlo.
The concluding duet, Senta’s sacrifice and the redemption of both protagonists brought the tempest to rest in a blaze of radiance. The audience, unable to restrain its enthusiasm any longer, erupted into thunderous applause. The evening ended with an extraordinary ovation, the house in delirium, and an unbroken shower of flowers cascading even into the orchestra pit.
Natalia Di Bartolo
PHOTO © Metropolitan Opera | Richard Termine
DER FLIEGENDE HOLLÄNDER – regia August Everding

