Di Natalia Di Bartolo – Nella 76ª edizione del 2026, il neomelodico vince, il rap riciclato si impone e il tormentone diventa regola sul palco dell’Ariston.
Nel Festival di Sanremo 2026 non è il nome che svetta e vince a determinare il significato reale della manifestazione; conta piuttosto ciò che viene esposto e riconosciuto come immagine legittima della canzone italiana contemporanea, poiché l’Ariston, giunto ad ospitare la settantaseiesima edizione della manifestazione, continua a funzionare come una lente che rende visibili le direzioni prevalenti della produzione musicale nazionale, e quest’anno quella lente ha messo a fuoco con particolare chiarezza un fenomeno che da tempo cresce sotto gli occhi di tutti: l’arrivo al vertice della gara di un ibrido neomelodico presentato come espressione compiuta della canzone italiana.
Non si tratta di negare la vitalità popolare di quel linguaggio, nato in ambienti urbani reali e sostenuto da un pubblico vasto e fedele: il nodo riguarda la sua origine musicale, perché quel linguaggio non rappresenta la prosecuzione della grande tradizione napoletana ma una sua riduzione. La distanza diventa evidente se si osserva la costruzione della canzone napoletana storica, che lavorava su armonie mobili, su modulazioni capaci di aprire e trasformare il percorso musicale, su una linea melodica in grado di sostenere la parola e di farla vibrare nello spazio del canto; invece, il neomelodico, sviluppatosi tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta nell’area napoletana e casertana dentro circuiti produttivi informali spesso intrecciati con economie parallele locali, ha imposto un sistema immediato e insistito, fondato su progressioni cicliche, cadenze prevedibili ed emozione dichiarata più che costruita.
Quando questo linguaggio viene trasferito nella vetrina nazionale del Festival e mescolato con il pop contemporaneo, l’impianto non si approfondisce ma si smussa; la melodia resta contenuta entro pochi gradi tonali, l’armonia evita deviazioni reali e la forma si richiude su se stessa, così che non emerge un percorso musicale progressivo ma una circolarità continua, nella quale la struttura non cresce né si sviluppa, ma si limita a ripetersi.
Accanto a questo fenomeno ormai glorificato sul palcoscenico del Festival si muove la vocalità urbana di matrice rap, linguaggio presente stabilmente nella competizione sanremese da oltre un decennio e capace di imporre anche un modello fonetico riconoscibile, perché l’accento standardizzato diventa norma televisiva e il dato fonetico assume un valore decisivo: le esse non sono semplicemente sibilanti ma assumono spesso quella rotondità impastata che nel linguaggio comune viene chiamata “polpetta”, trasformando la consonante in un segno sonoro riconoscibile; non è più un difetto da correggere ma qualcosa che viene esibito apertamente, perché l’articolazione imprecisa diventa segnale di appartenenza e autenticità costruita, con il risultato che la parola perde nitidezza, la declamazione ritmica sostituisce il canto legato, la linea melodica si restringe a pochi gradi tonali mentre l’armonia si limita a sostenere il flusso continuo della voce. Così, il microfono diventa lo strumento indispensabile che rende possibile una vocalità incapace di sostenersi nello spazio acustico naturale.
Dentro questo stesso quadro si colloca “il tormentone”, ormai divenuto meccanismo strutturale dell’industria musicale contemporanea, perché il ritornello non rappresenta più il punto culminante di una costruzione musicale più ampia, ma una cellula progettata per la ripetizione immediata e per la circolazione virale nelle piattaforme digitali e nei social; la struttura del brano si organizza attorno a questa unità minima reiterabile, non si costruisce un arco musicale, non si prepara un climax, non si sviluppa una tensione formale, ma si imprime un frammento nella memoria dell’ascoltatore e lo si ripete fino a farlo coincidere con l’identità stessa della canzone. Con il risultato che la canzone non cresce ma si moltiplica, e con essa si moltiplicano i canzonettieri della domenica, la loro spensieratezza costruita e il mercato che un tempo si misurava in dischi e oggi si misura in milioni di ascolti digitali.

Neomelodico ibridato, rap con pronuncia marcata e ritornello concepito per l’immediatezza convivono dunque sulla scena italiana e sul palco dell’Ariston insieme ad altri linguaggi che completano il panorama musicale contemporaneo; indie pop generazionale, nuove forme di cantautorato urbano, ballad sentimentali di impianto tradizionale e brani costruiti su basi elettroniche di derivazione dance e trap compongono una scena apparentemente variegata nella quale continuano a comparire anche i grandi temi sentimentali della tradizione popolare italiana, quelli che ancora oggi fanno commuovere platee intere, “amore”, “cuore”, “mamma”, “nostalgia”, parole ormai svuotate, che ritornano ciclicamente nei testi delle canzoni e dimostrano come una tradizione narrativa non scompaia del tutto ma sopravviva in forme sempre più abbreviate e banalizzate.
Questa pluralità di linguaggi non modifica tuttavia la tendenza dominante, perché i suddetti molti generi diversi convergono verso una progressiva semplificazione della struttura musicale; l’armonia si stabilizza su giri tonali brevi spesso costruiti su quattro accordi ciclici, la forma del brano si accorcia mentre il ritornello diventa il centro emotivo e commerciale della composizione, e anche il cantautorato più recente, pur conservando attenzione alla parola, si colloca frequentemente dentro impianti armonici ridotti e arrangiamenti pensati per l’ascolto digitale più che per la dinamica del canto dal vivo.
A questa riduzione musicale si affianca una standardizzazione tematica che possiede conseguenze sociali tutt’altro che trascurabili, perché l’immaginario borderline viene presentato come paesaggio ordinario: la droga evocata come atmosfera, la sessualità esibita come gesto quotidiano, il disorientamento trasformato in identità stabile; non emerge frattura narrativa né interrogazione critica, e ciò che un tempo appariva eccezione si stabilizza come normalità.
Chi ha conosciuto una canzone capace di modulare davvero, di sostenere uno sviluppo melodico ampio e di affidare alla parola un peso musicale preciso percepisce con chiarezza questa contrazione; le nuove generazioni, invece, non dispongono dello stesso termine di confronto e crescono dentro questi suoni, dentro questa pronuncia e dentro questa forma ciclica, cosicché l’orecchio si abitua alla ripetizione mentre la lingua si adatta all’articolazione deformata e l’immaginario si popola di racconti nei quali l’eccesso non appare più problema, ma semplice scenario quotidiano.
Il Festival non inventa queste tendenze ma le raccoglie e le consacra, trasformando l’immediatezza in valore, la semplificazione in modello e la superficie in rappresentanza ufficiale della canzone italiana. Quando questo processo si ripete nel tempo, così come sta accadendo, il rischio non è la moda passeggera, ma qualcosa di molto più grave, perché l’assuefazione culturale produce un effetto lento e profondo: modifica l’orecchio, impoverisce il linguaggio verbale e musicale e riduce progressivamente la capacità stessa del pubblico di riconoscere la qualità, rendendo normale ciò che in realtà rappresenta un abbassamento della complessità artistica e della responsabilità culturale della musica leggera.
Tutto questo ha ferito a morte la canzone italiana. E la domanda, ormai inevitabile, resta sospesa: chi l’ha uccisa? Il palco, forse. O l’orecchio che lo acclama.
Foto: RAI / Ufficio Stampa Festival di Sanremo.
