IL TROVATORE à Gênes – Examen

IL TROVATORE à Gênes – Recensione di Neco VerbisVioleta Urmana, Azucena, la più interessante in scena nella nuova produzione del Carlo Felice


Parti, vai a Genova (tempo permettendo) apposta per vedere la prima de Il Trovatore, al Carlo Felice, il 22 novembre 2019, nuova produzione.

Prima hai letto la locandina e, cast a parte, hai rilevato: “C’è perfino il Maestro d’armi! Meraviglia! Allora avranno le spade e i pugnali, non i soliti fucili e pistole della seconda guerra mondiale!”. Un traguardo che ti spinge ancora più velocemente a teatro.

Bellissimo il Carlo Felice, col suo tetto stellato! La locandina l’hai letta, hai espresso in cuor tuo qualche perplessità, ma attendi fiducioso l’apertura del sipario. Fra l’altro siamo in diretta streaming. Le signore sono in fermento, ma le telecamere puntano solo il palcoscenico.

Buio, orchestra che accorda, ecco il Maestro Andrea Battistoni. Si ha l’impressione che questo direttore stia crescendo a Genova, dentro il golfo mistico del Teatro, come se fosse in un’incubatrice: ha adesso una trentina d’anni, ma lo vedi e senti dirigere in quella sede fin dalla culla. Avrà migliorato la tecnica! Pensi e speri.

Orchestrona schierata, attacco, immediata apertura del sipario. “Bello!”pensi – “La scena è girevole, come quella della Carmen al Met!”.

Atmosfera cupa, tutto gira, entra FerrandoE da lì, mentre gli artisti e il coro cantano, avviene di tutto, non esclusa tortura e impiccagione di un prigioniero anonimo, con punzecchiamento dell’impiccato con le lance. La regista Marina Bianchi si è sbizzarrita. Sei stranito e ascolti il Ferrando del buon Mariano Buccino con un occhio più ai movimenti scenici che le orecchie tese alla musica.

Le scene sono belle, con i costumi scuri e severi adeguati, entrambi di Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov , il tutto anche ben illuminato da Luciano Novelli, ma perché strafare, allora, quando si ha materiale scenico di questo livello? Te lo chiedi rammaricato, perché quel che vi avviene dentro è a volte paragonabile a certe vignette di Jacovitti: addirittura all’ultimo atto, vedi lo scheletro di un prigioniero in una cesta appesa, pendere come un prosciutto solo ossa, sulla testa di Azucena e del Trovatore.

Azucena, appunto: la grande Violeta Urmana, che ad onta dei suoi non pochi anni di carriera, è la migliore in scena. Ma perché ha una potenza intepretativa ed un vocione di tutto rispetto, altrimenti verrebbe soffocata dal clangore complessivo dell’orchestra, per l’intera durata dell’opera. Tutto forte e fortissimo, il che costringe anche i cantanti a cantare tutto forte e fortissimo.

Per Violeta Urmana, dalla fisicità prorompente, quanto a voce non c’è problema: sovrasterebbe il rumore di un jet. Ma per Vittoria Yeo, Leonora, nonostante un volume di tutto rispetto, l’impresa è forse un popiù ardua; però probabilmente comoda, perché la sua voce, piuttosto spigolosa e a tratti calante negli attacchi, non ama e non pratica le mezze voci e i filati. Dunque praticamente non se ne sono sentiti. L’interpretazione era anch’essa scolastica, poco espressiva.

Il Trovatore Marco Berti si è districato più o meno onorevolmente, ma non possiede né particolari qualità vocali né una fisicità che riempia la scena. Una voce e una figura che definire anonime forse è il termine più corretto, nonostante l’acuto finale riuscito alla Pira, ma che era calato di tono. L’unica cosa ragguardevole era l’appoggio sulle gambe: un metro tra un piede e l’altro. Ma del resto, tecnicamente, si sta più saldi per coadiuvare il diaframma.

Il Conte di Luna Massimo Cavalletti era impegnato ad esprimere quanta più eleganza possibile, sia vocalmente che scenicamente, ma la sua voce ha problemi nei gravi, che venivano quasi soffiati e, nonostante avesse gettato più di un occhio alla scenicità del grande Zancanaro, risultava un conte di Luna acerbo e poco autorevole. Crescerà, probabilmente, gli si augura.

Volume complessivo stratosferico, si diceva, Coro, istruito da Francesco Aliberti, adeguato. Tutto un boato questo Trovatore genovese, con un’orchestra a tratti poco curata negli attacchi e un Direttore che, come al suo solito, imperversava anche con le dinamiche piatte.

E il maestro d’armi? Ma c’era anche lui: Corrado Tomaselli! L’ambientazione dell’opera era “regolamentare” (anche se spostata più o meno di un secolo avanti) e si è accennato qualche duello con le spade, qualche schermaglia d’allenamento e il ferimento di Manrico alla fine del I atto.

Applausi finali calorosi per la produzione nell’insieme; il più applaudito il Cavalletti, meno festa al protagonista nel ruolo del titolo ed alla Yeo. Ma complessivamente la gente ha gradito.

Probabilmente anche perché finalmente la scena, che la regista aveva paragonato allo svolgersi di una fiction, senza soluzione di continuità tra un quadro e l’altro, si era fermata e le orecchie iniziavano a riposare. Però esci alla sala e pensi: “Ma adesso le fiction ci perseguitano anche a teatro?”

Neco Verbis ©

PHOTOS © Marcello Orselli, Paolo Mazzaron, Tomaso Matta, Stefano Pischiutta, Teatro Carlo Felice