CONCERTO DI CAPODANNO alla Fenice di Venezia – Review

CONCERTO DI CAPODANNO alla Fenice di Venezia – Review by Natalia Di Bartolo – La Sierra con Verdi c’entra, eccome! –


I social sono ormai fucina di opinioni e soprattutto di opinionisti. Una scorsa a Twitter, in particolare, e si schiude un mondo. Ma quando al critico, che ha da poco sollevato le terga dalla poltroncina rossa di platea del Gran Teatro La Fenice di Venezia alla fine del concerto di capodanno 2019, capita di leggere, riguardo alla seconda parte del concerto in questione, trasmesso dalla Rai il primo dell’anno, una frase come: “Ma cosa c’entra la Sierra con Verdi?”, allora non è detto che la prenda con filosofia.

Chi scrive non ci passa sù e dunque obietta in questa sede al malcapitato “critico del capodanno”, che lui il concerto di cui sopra, in replica nella città lagunare dal 29 dicembre scorso, non lo ha visto dal vivo e che dunque non ha capito niente. La Sierra con Verdi c’entra, eccome!

Si parla del soprano statunitense Nadine Sierra, stella emergente della Lirica internazionale e primadonna per la seconda volta al concerto d’inizio anno a Venezia. La Sierra, oltretutto dotata di un’avvenenza rara, è emersa alla Scala proprio con Gilda di Verdi: molti ne ricordano il trionfo nel 2016 al fianco dell’attempato Rigoletto Leo Nucci. E la bella cantante, oggi, nella seconda parte del concerto veneziano, dedicata all’Opera, ha riproposto, guarda caso, proprio “Caro nome”, cioé il pezzo forte che la fece balzare all’attenzione di pubblico e critica nazionale e internazionale. Ma si obietterebbe ancora al malcapitato “critico del capodanno” che a Venezia si è ascoltata anche una Sierra/Violetta che promette molto più che in Rigoletto. Le voci liriche sono sempre in evoluzione e, in particolare, lo sono quelle dotate. E’ dunque anche il caso della Nadine, che ha cantato un “Sempre libera” che, ascoltato in prospettiva, di Gilda ne faceva quattro. Ergo: viva la Sierra verdiana e si spera di ascoltarla (e vederla) presto sostenere l’intero ruolo de La Traviata. Quando poi troverà la sua vocalità “giusta”, limando soprattuto qualche asperità di modulazione e raffinando lo stile, e lascerà andare quell’aria adorabile di ragazzona americana, ne sentiremo delle belle. E’ una voce che probabilmente evolve verso il lirico-drammatico, pur mantenendo acuti e filati. Il tempo darà una risposta. Nell’attesa, chi ha assistito dal vivo alla sua performance non ha potuto che applaudire colei che ha retto l’intera seconda parte del concerto.

Il tenore Francesco Meli, infatti, probabilmente non era in ottima forma vocale e risentiva anche dei tempi rallentati che il Direttore Myung-Wun Chung gli imponeva, in particolare nella donizettiana “Una furtiva lagrima”. L’artista genovese, noto soprattutto per il suo bel canto italiano, presentava invece nell’Elisir delle messe di voce alla francese ed era probabilmente penalizzato dalla lunghezza dei fiati impostigli dal M° Chung; successivamente si è trovato anche poco in parte in un Cavaradossi che non gli è consueto.

Dal canto suo il Maestro Chung, ambasciatore Unicef e, a suo dire soprattutto come tale presente a Venezia per la seconda volta a dirigere il concerto di capodanno, si è dichiarato pubblicamente incolpevole della scelta del programma che, a ben rifletterci, non si presentava per nulla coerente nella parte dedicata all’Opera, che è andata in trasmissione Rai il primo dell’anno.

L’apertura con i Piccoli Cantori Veneziani in maglietta azzurra Unicef, diretti da Diana D’Alessio, con “Les voici, voici la quadrille” inizio del quarto atto di Carmen, infatti, mescolava poi Bizet con il suddetto Verdi e con altro Verdi: dal Valzer brillante orchestrato da Nino Rota per Il Gattopardo di Visconti, ai cori affidati all’ottima compagine corale del Teatro La Fenice diretta da Claudio Marino Moretti: “Va pensiero” da Nabucco e “Fuoco di gioia” da Otello. E qui il M° Chung suscitava in chi scrive lontani ricordi di un Otello da lui diretto all’Opéra Bastille, anno domini 1990, con la sfolgorante Desdemona di Angela Georghiu. Un giovane Chung, che da allora, tempo in cui era direttore artistico del teatro parigino, ne ha vista scorrere tanta di acqua sotto i ponti e che, probabilmente, con ascetica imperturbabilità tutta orientale, ne lascia scorrere ancora abbondamentemente anche sotto quelli della laguna di Venezia.

Tant’è che, insieme a tutto questo variegato Verdi, ci si è ritrovati in programma anche un Puccini inconsueto, con il quartetto da La Rondine “Bevo al tuo fresco sorriso”, che si è avvalso dell’apporto del soprano Serena Gamberoni e del tenore Matteo Lippi, fino ad arrivare addirittura al finale di Alfano da Turandot. Soprattutto il Puccini/non Puccini, eseguito in nome di un programma che era stato dichiarato dallo stesso Chung imperniato sull’”amore”, musicalmente reggeva maluccio, a dire il vero, fino alla conclusione inevitabile, di nuovo di Verdi, col Brindisi da La Traviata.

Ecco perché, con un programma del genere, il piacere di ascoltare la Sierra ha fatto la seconda metà del concerto, si ribadirebbe al “critico del capodanno” di cui sopra, insieme, in verità, alla prima parte, sinfonica e destinata al solo pubblico presente in sala, dedicata tutta alla sinfonia n.7 in LA maggiore op. 92 di Beethoven.

Qui il M° Chung è stato ben felice di dar corso alla propria vocazione direttoriale, mettendo in atto sapienti dinamiche solenni, colori brillanti, raffinatezze timbriche, con a disposizione una bella orchestra onusta di tradizione come quella del Gran Teatro La Fenice. E la sinfonia, che ha preceduto tutto ciò di cui finora si è scritto, è risultata vincente in tutto il suo splendore.

Natalia Di Bartolo

PHOTOS © Michele Crosera