Intervista a FRANCESCO IZZO

Intervista a FRANCESCO IZZO,  direttore del comitato scientifico per il Festival Verdi a Parma.

By William Fratti


Seconda opera del Cigno di Busseto e secondo titolo nel cartellone del Festival Verdi 2018, Un giorno di regno è uno dei lavori più sfortunati del compositore e uno dei meno rappresentati, ma a Parma si tratta della terza messinscena in meno di due decenni. Quali differenze si ascolteranno con l’edizione critica rispetto alle due precedenti esecuzioni?

“Innanzitutto vi sono alcuni interventi della censura milanese che l’edizione critica corregge per la prima volta – ha detto Francesco Izzo, direttore del comitato scientifico per il Festival Verdi. Un esempio notevole è nell’aria della Marchesa nel primo atto, dove le autorità nel 1840 soppressero un riferimento poco lusinghiero ai “principi” e al “soglio”. Queste sono le cose che anche l’orecchio meno avvezzo a cogliere differenze musicali può notare e apprezzare; un testo verbale accuratamente ripulito da interventi esterni risulta quasi sempre più efficace dal punto di vista drammatico. Musicalmente poi la partitura presenta migliaia di interventi che correggono distorsioni di copisti frettolosi o sbadati, i quali nell’Ottocento, spesso lavorando a ritmi vertiginosi, tralasciavano o travisavano molti dettagli della notazione verdiana. Dunque accenti venivano scambiati per segni di diminuendo; legature venivano arbitrariamente estese o troncate; segni di dinamica alterati od omessi e così via. L’edizione critica in questo senso è un po’ come il restauro di un’opera pittorica, in cui si rimuovono le tracce del tempo, dai fumi dei lumi ad olio che incupiscono i colori alle forme aggiunte per scrupolo morale o per mutate esigenze estetiche”.

 

Quanto Rossini c’è dentro a questo lavoro?

“Poco, tutto sommato. È inteso che l’influenza dell’opera buffa rossiniana, in via indiretta, si faccia sentire, per esempio nei duetti per i due bassi buffi. Ma i modelli cui Verdi fa riferimento sono soprattutto quelli dell’opera buffa post-rossiniana, della quale nei suoi anni di studio a Milano aveva sviluppato una conoscenza profonda. Dunque Donizetti, naturalmente, ma anche Luigi Ricci e altri compositori oggi dimenticati, le cui opere si eseguivano alla Scala e negli altri teatri milanesi”.

Per anni si è speculato in merito alle vocalità dei protagonisti: Belfiore ed Edoardo sono già baritono e tenore verdiano? Oppure sono più assimilabili a Rossini, Bellini e Donizetti? La Marchesa e Giulietta sono soprani o mezzosoprani? In tal senso quanto contano le variazioni per meglio adattare la parte ai cantanti?

“Ottima domanda. All’epoca i tipi vocali non erano così definiti; i compositori, Verdi compreso, lavoravano pragmaticamente con interpreti specifici, scrivendone le parti in un certo senso “su misura”. Edoardo è tenore forse più donizettiano che verdiano e Belfiore non è Macbeth, né il Don Carlo di Ernani. Ma dobbiamo rifuggire dai luoghi comuni e dalle categorizzazioni a priori. Vi sono momenti in cui la “voce” verdiana emerge con chiarezza. Per quanto riguarda le due prime donne, la parte di Giulietta è più “bassa”, ma anche più lirica; nel 1840 fu affidata a un’interprete giovane. La parte della Marchesa, come si addice al ruolo di una nobildonna, è più audace e ambiziosa e può essere affrontata da un soprano con un registro grave importante, o da un mezzosoprano con dei buoni acuti. In tutti i casi le variazioni sono non solo auspicabili, ma necessarie per far vivere questa musica e per far sì che gli interpreti possano dare il massimo impadronendosi della musica che cantano”.

Qual è il vero valore aggiunto delle edizioni critiche? Cosa comportano e come si svolge il lavoro?

“Esistono edizioni critiche che seguono un metodo più capillare, come quelle delle opere di Bellini, Rossini e Verdi; altre più pragmatiche, come quelle di Donizetti e Puccini, il cui apparato critico è più snello. Ma il proposito è sempre quello di rettificare errori evidenti, spesso madornali, causati da interventi esterni e non correlati alla volontà del compositore; e di rendere disponibili eventuali lezioni alternative, pezzi sostitutivi e versioni differenti. La preparazione di un’edizione critica è sempre un lavoro di squadra; ogni volume ha un suo curatore, il cui lavoro è comunque supervisionato dal direttore responsabile e da altri curatori e redattori. Nel caso di Un giorno di regno, quando cominciai a lavorare alla partitura il direttore responsabile era il compianto Philip Gossett; lo affiancava Roberta Montemorra Marvin come “associate general editor” ed entrambi controllarono la prima stesura della partitura e mi diedero una miriade di indicazioni e suggerimenti. In caso di dubbi o problemi c’è un comitato scientifico nutrito, costituito da studiosi che hanno già al loro attivo edizioni critiche di opere di uno o più compositori. Anche adesso, che dell’edizione critica delle opere di Giuseppe Verdi sono direttore responsabile, per la mia edizione di Un giorno di regno faccio comunque riferimento a Fabrizio Della Seta, che ha revisionato tutta la partitura in vista della sua pubblicazione. E c’è un redattore eccellente alla University of Chicago Press, Marta Tonegutti, che rivede tutto anche per far sì che le norme editoriali siano applicate uniformemente a tutto il progetto. Un’edizione critica è sempre un lavoro di squadra – conclude il Prof. Izzo – non esistono solipsismi e ciascun curatore è sempre non solo “controllato”, ma partecipe di quel lavoro”.

Dove si colloca, in tutto questo, la città che ha dato i natali al Cigno?

“Nella struttura del Festival Verdi che abbiamo immaginato e che è andata delineandosi in questi ultimi anni – ha detto Anna Maria Meo, Direttore Generale del Teatro Regio di Parma – se il Teatro Regio ospita gli allestimenti più legati alla tradizione e il Teatro Farnese è deputato alla sperimentazione, Busseto col suo splendido teatro è il luogo dei giovani e per i giovani. D’altra parte, proprio tra le mura di Casa Barezzi, a due passi dal teatro che ospita le produzioni del Festival, un giovanissimo Verdi muoveva i primi passi della sua gloriosa carriera. Ci è sembrato quindi naturale affidare le opere in scena nella sua città natale a giovani artisti e team creativi, offrendo loro la preziosa occasione di misurarsi con una platea esigente e preparata, proveniente da tutto il mondo.

Anna Maria Meo

Altrettando naturale ci è sembrato instaurare una stretta relazione con il Concorso Internazionale Voci Verdiane Città di Busseto, di cui il Teatro Regio ha assunto la direzione per il triennio 2017-2019: già dallo scorso anno, infatti, alcuni dei ruoli dell’opera bussetana sono affidati ai partecipanti al Concorso, dando così maggiore peso alla competizione che oltre ad assegnare premi in denaro offre l’opportunità concreta di salire su un palcoscenico di grande prestigio.

Quello legato ai giovani è un tema imprescindibile per un festival internazionale e per un teatro d’Opera in generale, tema su cui il Regio investe molto – anche in termini di formazione, con l’Accademia Verdiana – e che non manca di regalare grandi soddisfazioni: penso alla candidatura di Isabella Lee, vincitrice del Concorso Voci Verdiane e Violetta nella Traviata del 2017, come miglior giovane cantante agli International Opera Awards, e al grande successo dell’allestimento firmato da Andrea Bernard, il cui progetto fu selezionato tra oltre 70 all’International Opera-directing Prize, organizzato da Camerata Nuova in collaborazione con Opera Europa.

Investire sui giovani è dunque non solo un dovere – conclude il Direttore Meo – ma anche una grande opportunità e ci piace considerare Busseto un luogo privilegiato, una fucina in cui formare una nuova generazione di interpreti verdiani che da qui possa dare il via a una carriera che ci auguriamo lunga e prestigiosa”.

William Fratti

 

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