Bellini, Gounod, due Giuliette e un soprano

Written by Natalia Di Bartolo —


Un soprano che si avvii alla carriera professionale ha sempre un sogno nel cassetto: il primo Concertone in teatro con accompagnamento orchestrale.

Ebbene: è giunta l’ora di prepararne il programma e la nostra amica soprano, dotata di voce sicura, ben posizionata e ben impostata, dopo un bel po’ di vocalizzi e prove varie col pianista di turno, ormai esausto, lo ha congedato e si è seduta a tavolino con una pila ragguardevole di spartiti davanti e tante, tante idee…Ma assai poco chiare. Una cosa sa per certo: che il Concerto dovrà essere il meglio e che dovrà contenere i brani che ama ed i personaggi che sente di più.

Intanto, si volge a meditare sulla produzione operistica nazionale adatta alla propria vocalità. Assodato che “O mio babbino caro” e “Quando men’ vo” non possono mancare, nonché azzardando coraggiosamente ma coscienziosamente altri brani celebri immancabili e ritenuti tipicamente “da concerto”, cerca di stilare il programma definitivo…Ma le mancano due brani e soprattutto sente la mancanza del “pezzo forte”: il suo adorato Vincenzo Bellini.

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Vincenzo Bellini (1801-1835)

Nella fattispecie nazionale, la nostra amica ha sempre amato Bellini, ma, come molte colleghe, ne ha avuto e ne ha ancora un timore reverenziale: l’ha sempre trovato talmente geniale da essere spesso inintellegibile. Un difetto del Genio? Forse.

Ritiene che l’essere troppo grande gli abbia sempre nuociuto, a quanto pare, e che non abbia trovato, spesso, studiosi ed interpreti all’altezza di “decifrarlo”; sostiene che prima di essere eseguito, dev’essere profondamente compreso, decriptato addirittura: è troppo grande. E quando il “troppo” si scontra con la voglia di renderlo “repertorio vendibile”, allora la grandezza, in mano a sfruttatori incompetenti ed avidi, diventa trito di pentagrammi, aberrazione di tempi, decotto di note; insomma, quello che, dagli anni 50 in poi, gli “operatori musicali” che hanno osato mettere le proprie mani sulla sua Musica hanno messo in atto. Un “recupero di Bellini”, allora, quanto meno di quello meno eseguito, sarebbe opportuno.

“Comincio io!” mormora, con sorridente autocritica, ma con l’ambizione di chi sappia il fatto suo. E lei il proprio lo sa, a dire il vero: per questo merita che si stia qui ad osservarla…

Il nostro Soprano, quindi, prima di aver voglia di cantarlo, Bellini, ha avuto tanta voglia di ascoltarlo: ne ha ascoltato però troppo poco, pur avendone sentito moltissimo. Contraddizione? No, poverina: disperazione! Ergo, ora che canta, si nutre ancor di più di pane, teatro e (rari) dischi di qualità e finalmente osa accostarsi all’immenso, candido, soprannaturale Cigno catanese per cantarne un brano con accompagnamento orchestrale.

Sognando ad occhi aperti il programma del suo primo concerto con incluso un brano di Bellini, allora, sfogliando mille volumi e mille collezioni, pensando e ripensando nonché ripassando mentalmente l’ingente quantità di brani studiati e memorizzati, le capita tra le mani la partitura di “I Capuleti e i Montecchi” ed avviene la folgorazione:”Eccomi in lieta vesta…Oh, quante volte! Oh! quante”, recitativo e cavatina di Giulietta, dal I atto: è questo il brano di Bellini per il Concertone!” Sì, ha deciso: è irresistibile…Per dirla con Liù, anzi, “E’ suprema delizia possederlo”.

Francesco Hayez: il bacio
Francesco Hayez: Il bacio

L’interprete ha pienamente incontrato nello studio (e, per difficoltà di esecuzione, prima si è scontrata con) una sorta di “comunione sensuale”. Lo ha già portato in concerto accompagnata da uno degli innumerevoli pianisti che ha fatto fuori fino ad allora per consunzione delle dita degli stessi dopo ore di prove incontentabili. Fatto sta che con più di uno di costoro ha cantato questo brano in pubblico e sempre con le lacrime agli occhi. E non si creda che tutte le cantanti siano facili alla commozione. Quella in questione non è smossa neppure da “La Bohéme”, dove di solito piangono tutti, interpreti e pubblico. Ma, con Giulietta di Bellini, le sue lacrime d’immedesimazione nei trascorsi concerti della gavetta, spesso, sono riuscite a contagiare gli spettatori e a volte, a spettacolo finito, si è sentita dire (e ne va ancora orgogliosa!): “Io non capisco molto di Musica Lirica, ma mi è venuta la pelle d’oca”.

Eccola, Giulietta, candida, sensuale, dolcissima sposa di Romeo: lo spartito si dispiega davanti agli occhi curiosi ed avidi d’arte del nostro soprano.

Ne “I Capuleti e i Montecchi” Giulietta è mostrata al suo apparire già adorna delle sontuose vesti nuziali impostele dal padre per sposare un altro nobiluomo; a lei, che già s’era data al suo amore, suo marito Romeo, fuggito via poi, per la crudeltà del destino, in esilio al canto dell’allodola.

Bellissime le parole che Felice Romani, librettista dell’autore catanese, mette sulle sue labbra:

Eccomi in lieta vesta… eccomi adorna…
Come vittima all’ara. Oh! almen potessi
Qual vittima cader dell’ara al piede!
O nuzïali tede,
Abborrite così, così fatali
Siate, ah! siate per me faci ferali.
Ardo… una vampa, un foco
Tutta mi strugge.
Un refrigerio ai venti io chiedo invano. –
Ove se’tu, Romeo?
In qual terra t’aggiri?
Dove, dove invïarti i miei sospiri?

Oh! quante volte,
Oh! quante ti chiedo
Al ciel piangendo
Con quale ardor t’attendo,
E inganno il mio desir!
Raggio del tuo sembiante
Parmi il brillar del giorno:
L’aura che spira intorno
Mi sembra un tuo sospir.

Splendida la musica e, superati gli scogli tecnici, presenti soprattutto in una linea di canto basata su un SI bemolle da non perdere mai di vista per non calare di tono quando la voce è priva d’accompagnamento per lunghe frasi (Bellini tende sempre “trappole” infernali ai cantanti), deliziosa da eseguire l’interpretazione; come in quel pianissimo da tenere sulle parole “tuo sospir”.

Il fiato emesso per pronunciare, cantando, quelle due parole sembra vorticare intorno, profumare l’aria e svanire, nell’inganno del sogno e nel dolore della realtà. La nostra amica sa bene come tutto il brano vada eseguito modulando la voce, senza “picchi” se non in determinati punti nodali; senza fretta; una specie di “piacere del dolore”: stupenda Poesia in Musica.

Basta con gli indugi: pronto lo scanner, tra poco si allerta il pianista: che se lo studi alla perfezione o vola via con tutto il piano! Che non s’azzardi costui a dirle che è calante per farla desistere e passare a robetta zum-pa-pà di repertorio: non ce la farà. Anche da questo si era dovuta difendere in passato…

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Pietro Roi: Morte di Romeo e Giulietta

“Una sola Giulietta?” riflette però ancora dubbiosa, a decisione belliniana presa, con i gomiti appoggiati sugli spartiti a pila sul tavolo e i pugni chiusi che le reggono la testa pensierosa…Ci sarebbe da aspettarsi che le vengano fuori quanto prima crome e biscrome dalle orecchie…

“Perché? quante Giuliette ci sono?” Obietterebbe protestando il lettore, se solo lei gliene desse il tempo…Ma un pugno sul tavolo lo anticipa senza scampo: “Ho deciso: due Giuliette in Concerto! Quella di Bellini e quella di Gounod.”

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Charles Gounod (1818-1893)

Il lettore si zittisce: la voce, sia pure mentale, della nostra amica è alquanto autorevole in merito.

Strano parlare di “due Giuliette”, ma non più di tanto: non è la prima volta che due autori affrontano la stessa trama con gli stessi personaggi. Qui due giganti, uno italiano e l’altro francese hanno “plasmato” Giulietta Capuleti, facendola eternamente propria, senza che l’una possa confondersi con l’altra, pur trattandosi dello stesso, celeberrimo personaggio della tragedia Shakespeariana.

Il soprano sa benissimo che non è consueto che entrambe le Giuliette vengano portate in concerto ensemble… Ma il suo debole viene fuori anche adesso: adora l’Opéra Francais e dunque anche la Juliette da “Roméo et Juliette” di Gounod. E’ bene spiegare il perché al lettore che se lo chieda…

Chi si dedichi all’Opera italiana, non solo all’ascolto, ma soprattutto allo studio per cantarla e ne abbia le doti e la capacità, ad un certo punto, inevitabilmente, comincia a desiderare di spaziare verso altri lidi e, quindi, verso altri modi ed interpretazioni.

Nella fattispecie, qualche anno prima, quando il nostro soprano era già molto avanti negli studi (il Diploma non è mai un traguardo, ma un punto di passaggio) aveva notato in se stessa una sempre maggiore “apertura” all’Opera straniera. Sapeva che stava “virando”, forse fisiologicamente, per via della qualità della propria voce che “maturava” e si “arrotondava”, perfezionandosi nei coloriti, nelle espressioni, nell’interpretazione. Era un passo inevitabile ed assolutamente positivo. Era arrivato il momento di “perfezionarsi”, di approfondire, studiare ancora, riflettere, confrontare, comprendere.

Questione italo-tedesca tardo-ottocentesca assorbita ed archiviata (qualche volta con italica, irremovibile testardaggine), avrebbe potuto rivolgersi, per esempio, all’infinito Mozart (e lo aveva fatto), oppure, sempre se avesse voluto restare nell’ambito del Melodramma e non esplorare la Liederistica, o la Musica Sacra o quant’altro, s’accorgeva come facesse capolino dalla storia della Musica la tanto decantata Opéra Francais. Si era incuriosita e…la curiosità è donna.

Magari, fino ad allora, l’aveva pure un po’ snobbata. Può darsi che si fosse trattato di una sorta di “campanilismo italico”: per lei, fino ad allora, Opera e Italia erano stati sinonimi, probabilmente per l’educazione all’ascolto”, che la portava verso certi “modelli” più che verso altri. Poi, studiandola, se ne era innamorata.

Ma se ama già tanto la Giulietta di Bellini, adesso come fa ad amare allo stesso modo l’altra Giulietta”, la Juliette tutta francese? L’adora, perché è “l’altra faccia” di Giulietta.

Francesco Hayez: Romeo e Giulietta
Francesco Hayez: Romeo e Giulietta

La vede fanciulla felice, all’inizio, nell’Opera, mentre la Giulietta di Bellini è da subito destinata al “martirio”. Dunque, quel “Je veux vivre”, ariette-valse tutto francese della Juliette di Gounod, al primo atto anch’esso, è assai ghiotto per l’interprete che se lo possa permettere per qualità di voce ed estensione; è inebriante, coinvolgente, entusiasmante. Un turbine di note intervallate da pause tra un’acciaccatura ed un’appoggiatura che durano pagine intere di valzer.

Difficili, senza dubbio, ma fluide. Vengono fuori dalle labbra prima che dall’anima, pur toccando anch’essa. Un altro vortice, questo…un vortice di veli, di sorrisi, di speranze, tanto più belle quanto più si sappiano destinate alla disperazione ed alla morte.

Anche Gounod è un mago. Le parole nel libretto di Jules Barbier e Michel Carré sono semplici ed amabili:

Je veux vivre

Dans ce rêve qui m’enivre

Ce jour encore,

Douce flamme

Je te garde dans mon âme

Comme un trésor!

Je veux vivre, etc.

Cette ivresse de jeunesse

Ne dure, hêlas! qu’un jour!

Puis vient l’heure

Où l’on pleure.

Loin de l’hiver morose

Laisse moi, laisse moi sommeiller

Et respirer la rose,

Avant de l’effeuiller.

Ah! – Ah! – Ah!

Douce flamme!

Reste dans mon âme

Comme un doux trésor

Longtemps encore.

Ah! – Comme un trésor

Longtemps encore

Adorabili, addirittura, queste parole; ma quel che è splendido è lo “spirito” tutto francese del personaggio che le pronuncia e come vadano cantate.

Qui in Italia, studiando il brano per prepararsi ad un terrificante Master qualche anno prima, il nostro diligente Soprano aveva rispettato pause, note staccate, abbellimenti & varie con estrema attenzione: studiare Gounod per perfezionarlo a Nizza e poi cantarlo a Parigi è cosa da fegati ben forti: il suo è di ferro.

Arrivata lì preparatissima, cosa venne a sapere dalle autorevolissime Insegnanti, le lezioni delle quali si onorava di seguire? Che tutti quegli staccati andavano “staccàti meno”; dunque andavano “legati”!? NO! Staccàti meno: questa è la “Tradition francaise”! E lì la tradizione è assai più importante della filologia (a volte un po’ pedante) che spesso si mette in atto qui in Italia.

L’interprete venne a sapere inoltre che Juliette quel tempo di valzer non solo deve cantarlo, ma deve dare anche l’impressione di danzarlo! E le legature più legate possibile; e le agilità con le pause in mezzo più legate possibile…Insomma: un altro pianeta.

E così, alla fine, volente o nolente, s’era inchinata reverente ed ammirata a quella tradizione che non rientrava nelle sue italiche, filologiche corde. E cosa ne era venuto fuori? Esattamente quella che dev’essere l'”altra Giulietta”, che ormai era diventata una scoperta entusiasmante e che l’aveva definitivamente conquistata, facendo per lei dell’intera “Opéra Francaise” un mondo parallelo all’ “Opera Italiana”, da visitare ed esplorare ancora.

Ora che la nostra amica le adora entrambe da tempo, le due Giuliette, ne consiglia vivamente l’ascolto a tutti gli appassionati del Melodramma.

Lord Frederic Leighton: La riconciliazione dei Montecchi e Capuleti sui cadaveri di Romeo e Giulietta
Lord Frederic Leighton: La riconciliazione dei Montecchi e Capuleti sui cadaveri di Romeo e Giulietta

“In concertone anche Juliette!” Esclama dunque, senza indugio, risoluta ed entusiasta. E Juliette è istantaneamente aggiudicata al programma. La canta già mentre ne cerca lo spartito…

Conclusione? Concertone da consigliare al pubblico: le due Giuliette stanno assai bene ensemble in programma e la nostra amica soprano è brava…si farà…

 

© Natalia Di Bartolo – operaeopera.com