Un RIGOLETTO secondo tradizione all’Opéra Royal de Wallonie, marzo 2015

By Neco Verbis --

Liegi, 28 marzo 2015 – 

Verdi in trasferta all’estero è sempre un’incognita. A Liegi, Theatre de l’Opéra Royal de Wallonie, il 28 marzo 2015 è andata in scena un’opera che sembrava uscita da un manuale di tradizione, regia, scene e costumi di  Stefano Mazzonis di Pralafera,  luci di Michel Stilman, in una nuova produzione del teatro. Una specie di “déjà vu”, molto piacevole però, a dire il vero, date le brutture distorte che si vedono in giro di questi tempi, a patto che l’insieme non diventi oleografico.27

Si è andati in bilico proprio su questo filo del rasoio a Liegi, ma tutto sommato il risultato è stato eclatante, perché il cast era assolutamente italiano e il canto italiano, per le opere italiane, è pur sempre il canto italiano.

Su tutti ha dominato il Maestro Renato Palumbo, che ha dato fiato alle italiche dinamiche, ma a volte soffrendo d’improvvise, sorprendenti accelerazioni, che hanno costretto i cantanti a tempi con forzature da velocisti ed il coro, diretto da Marcel Seminara, ad inseguimenti fortunosi. Buon polso, però, begli accenti, eseguiti dalla diligente orchestra del teatro belga, che ha dato il meglio di sé sotto una bacchetta alla ricerca del “prodotto” perfettamente confezionato e offerto, più che dell’Arte.

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Vecchia volpe, Leo Nucci, ancora Rigoletto. Incredibile la tenuta della sua voce, stigmatizzato ormai nei gesti e nelle movenze il personaggio, privo di momenti di vera emozione, ma tenuto e porto al pubblico come una reliquia. Un “tutto forte” che ha però esaltato gli spettatori belgi, che hanno richiesto e ottenuto il bis del duetto di “Sì, vendetta, tremenda vendetta”, sottoponendo il soprano Rancatore ad una improba riprova della parte acuta. Una specie di “senza rete”, ma vincente: nessuno si è fatto male, anzi. Il pubblico in visibilio per uno degli ultimi grandi baritoni della scorsa generazione, ancora coraggiosamente sulle scene.

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Desirée Rancatore, Gilda, ha mancato di espressività interpretativa, ma il suo canto ha saputo agganciare l’orecchio dell’ascoltatore, producendo dei preziosismi che le hanno fatto perdonare cadenze un po’ arraffazzonate e acuti finali non proprio ben tenuti; un po’ ingolata, a volte, per moderare i coloriti; a volte, invece, produttrice di filati tutti da ascoltare. In un altalenante gioco di qualità, il soprano si è districata in una parte improba e ne è uscita fuori grazie all’esperienza che ha ormai accumulato e di cui ha fatto tesoro negli anni, sfoggiando un canto all’italiana pulito e privo di portamenti sdolcinati, netto e di chiara scuola tricolore.

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Altrettanto tricolore il duca di Mantova di Gianluca Terranova, che ha dato prova di possedere una voce dall’impasto caldo, ma difficile da controllare nelle zone di passaggio. Buona la zona di mezzo, buoni gli acuti ma non di facile emissione, esitante a volte il sostegno, ma comunque anche lui forte di scuola di italica matrice.

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Giovanile il Monterone Patrick Delcour, inespressiva la Maddalena di Carla Dirlikov, costretta dalla regia ad un’inconsueta sottomissione al fratello Sparafucile, Luciano Montanaro, anch’egli corretto ma non proprio coinvolgente.

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Tutta la produzione ha sofferto di un dualismo tra alta qualità e cali improvvisi, con i cantanti che entravano e uscivano un po’ troppo spesso dalle rispettive parti per entrare nella routine, in un gioco di chiaroscuri interpretativi che non ha giovato all’insieme. La brillantezza complessiva della confezione, però, ha avuto la meglio e questo Rigoletto si è dimostrato assolutamente vincente, suscitando l’entusiasmo del pubblico e portando tutti gli interpreti calorosamente alla ribalta ai saluti finali.

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©Neco Verbis

PHOTOS OPERA ROYAL DE WALLONIE/NECO VERBIS